empower3k Nessun commento

IL TRUST HOLDING LA TUTELA ED OPERATIVITA’ RISPETTO ALLA HOLDING SOCIETA’ DI CAPITALI, E CON UNA NOTEVOLE CONVENIENZA FISCALE.

Usualmente la holding quale capogruppo societaria è costituita in forma di società di capitali, quale strumento per la gestione delle partecipazioni: può essere una società in parte anche operativa, che detiene partecipazioni di maggioranza/minoranza di società operative, o anche liquidità, titoli, immobili e altri beni.

Con la holding società di capitale nonché anche con il trust holding si tende a realizzare: la tutela dell’integrità del Gruppo secondo le linee guida del fondatore; disciplina dei rapporti societari/familiari al fine di evitare ripercussioni sull’operatività del Gruppo; visione strategica di Gruppo; razionalizzazione della struttura finanziaria; potenziali benefici fiscali (participation exemption, consolidato fiscale, IVA di gruppo, ecc.); politica di erogazione di dividendi alla famiglia; pianificazione del trasferimento generazionale.

Il trust holding, però presenta maggiori vantaggi, non solo fiscali, rispetto alla holding società di capitali con partecipazioni.

Con il trust si ottiene la perfetta segregazione patrimoniale dei beni conferiti: i beni rimangono esposti solo alle pretese dei creditori del trust, ossia coloro nei cui confronti il trustee ha contratto obbligazioni per l’amministrazione e la gestione dei beni trasferiti.

I beni conferiti in trust non sono “aggredibili” dai creditori del trustee/disponente/beneficiari, nel caso della holding societaria di capitali, invece, i creditori particolari del socio della holding possono, invece, aggredire le sue quote/azioni, potendo mettere a repentaglio anche l’equilibrio societario, quindi quello che non è aggredibile (le quote o azioni) nelle società operative lo si può fare nella holding societaria titolare delle quote ma in ultima analisi titolale  del socio persona fisica.

Con il trust holding è, inoltre, possibile gestire al meglio la pianificazione successoria, specie in caso di passaggio generazionale: il conferimento delle partecipazioni in trust permette di rinviare la decisione di chi, tra i discendenti, possa guidare il Gruppo, e nel contempo impedire il frazionamento della proprietà e l’arresto dell’operatività, inoltre se gli eredi sono minori e non si è ancora individuato tra i discendenti chi ha maggiori doti di imprenditore non ci saranno problemi di tutore nominato del Giudice Tutelare.

Diversamente nel caso della holding società di capitale, anche in presenza di una puntuale regolamentazione statutaria, la morte del socio di riferimento (così come la sua sopravvenuta incapacità), può condurre allo stallo della gestione (con conseguente perdita di valore); allo stesso modo il ricorso a soluzioni come l’usufrutto delle quote, oltre che lasciare esposto il socio usufruttario e nudo proprietario alle azioni dei suoi creditori, è una soluzione “rigida” che non consente modifiche nel caso in cui – in seguito alla costituzione dell’usufrutto – si volesse lasciare ad un solo discendente l’attività d’impresa, riservando agli altri la liquidità o la parte immobiliare.

Accanto ai vantaggi insiti della natura ed effetti del trust vi sono dei notevoli vantaggi fiscali.

Nel conferimento delle partecipazioni iniziale alla holding.

  • Con il conferimento di partecipazioni in una holding(società di capitali o società di persone) può comportare il realizzo delle plusvalenze, salve le ipotesi previste dall’art. 175 del T.U.I.R., ossia per il conferimento di partecipazioni di controllo/collegamento o dall’art. 177 del T.U.I.R., ossia in caso di permuta-conferimento con conseguente acquisizione del controllo della società scambiata.

Pertanto, tranne per le ipotesi sopra indicate, nel caso di azioni non di controllo/collegamento, obbligazioni, strumenti finanziari partecipativi, partecipazioni non di collegamento, o ancora quando per effetto del conferimento non si acquisisce il controllo, ecc., il conferente realizza un capital gain (o reddito d’impresa se i beni sono detenuti in regime di impresa), con conseguente tassazione e applicazione dell’art. 9 del T.U.I.R., dato che il conferimento configura una cessione a titolo oneroso.

Ugualmente allo stesso modo nel caso di conferimento di immobili che hanno i requisiti di cui all’art. 67, comma 1, lett. b), del T.U.I.R. (ossia immobili detenuti da non più di cinque anni).

E nel caso di conferimento di beni in una holding società di capitali è, inoltre, richiesta la perizia giurata di stima (artt. 2343 c.c. ss., o art. 2465 c.c.).

Addirittura, il conferimento di partecipazioni in regime di neutralità fiscale potrebbe essere oggetto di contestazione da parte dell’Amministrazione finanziaria per abuso del diritto (elusione fiscale).

  • Con la devoluzione di partecipazioni e di beni in trust non comporta realizzo di capital gain, in quanto non configura una cessione a titolo oneroso (il disponente non riceve, infatti, partecipazioni in cambio),e non necessita della perizia di stima ex 2343/2465 c.c.

Così per le imposte indirette, è oramai consolidato il principio giuridico della Cassazione che tali devoluzioni sono soggette a tassa fissa in quanto non si realizza al momento l’effetto traslativo.

Infine, va ricordato che il trasferimento di azienda o di partecipazioni di controllo, in un trust irrevocabile e non discrezionale, per un periodo non inferiore a 5 anni, e con contestuale impegno del trustee a proseguire nell’esercizio dell’attività d’impresa o di detenzione delle partecipazioni, non sconta alcuna imposta – in base all’art. 3, comma 4-ter, D.lgs. n. 346/1990 – sempreché i beneficiari siano i discendenti e/o il coniuge del disponente ed in tale senso la stessa AE con la risoluzione n. 110/E/2009

Distribuzione dividendi

Sia la holding societaria e trust holding hanno una tassazione sostanzialmente equivalente, dato che – a fini fiscali – l’art. 73, lett. b), c) e d), del T.U.I.R. include espressamente il trust tra i soggetti passivi dell’IRES.

Tuttavia, il comma 2 dell’art. 73, introduce una deroga, prevedendo una sorta di regime di trasparenza nei casi in cui i beneficiari dei trust siano individuati (ossia nel caso di trust trasparente o misto, in contrapposizione al trust senza beneficiari individuati, detto opaco), per cui nel caso di beneficiari individuati, si può dire che la tassazione del trust trasparente assume una connotazione bifasica:

(1) determinazione del reddito imponibile in capo al trust, che lo fa secondo le regole proprie dei soggetti IRES, commerciali e non;

(2) successiva imputazione dell’imponibile (in ogni caso, e cioè a prescindere dall’effettivo incasso) ai beneficiari, con una dizione atecnica da parte del legislatore, che parla di imputazione del reddito “in proporzione alla quota di partecipazione”, secondo un modello ricalcato sulla tassazione degli enti societari, ancorché il trust non abbia tali caratteristiche (nel trust non vi sono soci, ed i beneficiari non hanno diritto a influenzare la gestione con nomina amministratori, ecc.).

Vi sono due tipologie di Trust commerciale e non commerciale:

  1. Per i trust non commerciali: i dividendi ricevuti da società conferite in trust concorrono a formare il reddito del trust nella misura del 77,74%:
  • trust opaco non commerciale: i)i dividendi percepiti sono imponibili nel limite del 77,74 ed assoggettati a tassazione con l’aliquota del 24%; ii)le plusvalenze su partecipazioni sono imponibili secondo il regime di tassazione proprio delle persone fisiche-
  1. Trust commerciale
  • il trust opaco commerciale: l’imposizione è quella prevista anche per le società commerciali imponibile al 5%
  1. Persone fisiche titolari di Dividendi. La Finanziaria 2018 (L. 205/2017) ha uniformato per le persone fisiche non imprenditori,la tassazione degli utili di natura qualificata e non qualificata, prevedendo anche per i primi la tassazione tramite ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 26% in luogo della tassazione con le aliquote marginali IRPEF su una base imponibile parziale (40%, 49,72% o 58,14% a seconda del periodo di formazione degli utili per gli anni antecedenti al 2016).

Si pongo a raffronto le varie ipotesi di tassazione a confronto dei Dividendi

confronto fiscalità

Tassazione a confronto – Plusvalenza

confrontoplus

In caso di liquidazione della holding società con assegnazione ai soci /beneficiari

I vantaggi del trust holding, rispetto alla holding societaria, emergono altresì in caso di assegnazione dei beni ai beneficiari del trust holding, rispetto ai soci della holding societaria.

Anche dall’Amministrazione finanziaria nella circolare n. 48/2007, l’assegnazione dei beni ai beneficiari non comporta ulteriore tassazione (sia diretta che indiretta), in quanto: i) se il trust è trasparente, il reddito imputato per trasparenza è già stato tassato secondo le aliquote personali del beneficiario e l’effettiva percezione rimane una mera movimentazione finanziaria, ininfluente ai fini della determinazione del reddito; allo stesso modo ove il reddito abbia scontato una tassazione a titolo d’imposta o di imposta sostitutiva; ii) sulla base dei medesimi principi, i redditi conseguiti e correttamente tassati in capo al trust prima della individuazione dei beneficiari (quando il trust era “opaco”), non possono scontare una nuova imposizione in capo a questi ultimi a seguito della loro distribuzione.

Nel caso di liquidazione della holding societaria, invece, se il socio è persona fisica che non agisce in regime di impresa, l’art. 47, comma 7, del T.U.I.R. stabilisce che costituisce utile la parte delle somme o del valore normale dei beni ricevuti dai soci (in caso di liquidazione della società) che eccede il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione, ovvero il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate (con un trattamento fiscale differenziato a seconda che trattasi di partecipazione qualificata o meno).

Eguali conseguenze si producono per la holding ai fini IVA, nei casi in cui l’operazione sia rilevante, come, per esempio, nel caso di immobili.

Vantaggi societari del trust holding rispetto holding societaria

Il trust holding rappresenta uno strumento più efficace della holding societaria anche per gli aspetti societari che riguardano la gestione delle partecipazioni.

Pur in presenza di un’ottima regolamentazione statutaria e pattizia, la holding infatti sconta – da un lato – i limiti dei patti parasociali, che hanno natura obbligatoria e non reale, hanno una durata limitata nel tempo, e – dall’altro – il limite della rigidità dell’assetto societario che necessita di maggioranze, a volte anche molto elevate, per la sua modifica.

Basti pensare al caso, invero frequente, in cui il “capo-famiglia” si spoglia della nuda proprietà, riservando a sé medesimo l’usufrutto sulle quote/azioni, ed ai rischi – in caso di morte – di avere membri della stessa famiglia che sono in conflitto tra loro e non riescono a trovare un’intesa neppure per l’approvazione del bilancio.

Nel trust holding, invece, l’assunzione del ruolo di amministratore  o di protector da parte del disponente finché in vita, e l’indicazione di un trustee per il post mortem, assicura la continuità nella gestione, senza i traumi derivanti dalla successione ereditaria. In altre parole, la holding appare vulnerabile in caso di morte del socio o di pignoramento delle azioni ad opera dei creditori del socio; per contro, nel trust holding l’unico soggetto titolato ad esercitare i diritti amministrativi e patrimoniali (diritto di voto, diritto al dividendo, ecc.) è il trustee, ed il trust resta insensibile alle vicende debitorie del settlor o alla sua eventuale morte.

L’utilizzo del trust holding, come strumento di controllo delle partecipazioni, può inoltre permettere di evitare il bilancio consolidato. Gli artt. 25 e 26 del D.Lgs. n. 127/1991 obbligano S.p.a., S.a.p.a. e S.r.l. al consolidamento di bilancio delle imprese controllate, poiché il trust non è soggetto indicato dall’art. 25 del D.Lgs. n. 127/1991 non ha obblighi di consolidamento, e quindi ha meno costi.

L’utilizzo del trust holding, inoltre, se con determinate caratteristiche, consente anche di evitare le responsabilità connesse alla c.d. direzione e coordinamento, di cui agli artt. 2497-2497-septies c.c. che postula responsabilità diretta: i) nei confronti dei soci degli enti controllati per pregiudizio alla redditività/valore; ii) nei confronti dei creditori sociali per lesioni all’integrità patrimoniale.

Secondo l’opinione comune il trust non è intestazione fiduciaria, né interposizione di persona: il trustee riceve istruzioni vincolanti dal soggetto indicato nell’atto istitutivo (disponente, guardiano o beneficiario) alle quali deve sottostare, pena l’inadempimento dell’obbligazione fiduciaria, e ciò comporterebbe l’interruzione della catena di controllo (ad eccezione del c.d. bare trust).

L’utilizzo del trust come holding può, inoltre, può essere utile per la gestione dei piani di stock option: l’attribuzione di stock option fa nascere una molteplicità di soci di minoranza, che possono creare fastidi e ostacolare l’armonia della corporate governance.

L’utilizzo del trust, al quale la società emittente trasferisce le azioni oggetto del piano di incentivazione, indicando i dipendenti/manager quali beneficiari, offre i seguenti vantaggi: i) vi è un solo titolare del diritto di voto (il trustee individuato dalla società emittente), che si pone come unico interlocutore in assemblea; ii) vi è un maggiore controllo da parte della società emittente sulla cessione delle azioni, una volta che sia trascorso il periodo di vesting; iii) i beneficiari sono liberati dagli adempimenti relativi al piano di stock option (in quanto assolti dal trust).

empower3k 2 commenti

Trust Istituito a favore di Soggetti Deboli o Disabili

Il trust può essere istituito a vantaggio di soggetti deboli, quali per esempio minori o disabili.

In questi casi è possibile dare protezione e sostentamento economico a tali soggetti (le cui posizioni di beneficiari di reddito o finali dovranno essere attentamente delineate nell’atto istitutivo), senza che costoro debbano mai amministrare direttamente i beni destinati (per esempio a causa di disabilità fisiche e/o psichiche, ovvero semplicemente perché si dubita della loro oculatezza nella gestione dei medesimi).

La struttura preferibile per un atto siffatto appare essere quella del trust autodichiarato, la quale permette al disponente (che solitamente è un genitore od un parente stretto del disabile) di continuare, nella veste di trustee, ad amministrare i beni (fermo che si potrà prevedere il futuro subentro in tale ruolo di un soggetto terzo).

Trust e Legge Dopo di Noi

Nel caso poi in cui il beneficiario del trust sia un disabile grave (ovvero sia affetto da una grave disabilità come definita dalla legge n°104 del 1992), sarà altresì possibile usufruire dei vantaggi fiscali previsti dalla legge n°112 del 2016, detta anche legge sul “Trust Dopo di Noi”.

Nell’atto istitutivo di un Trust Dopo di Noi sarà possibile inserire un dettagliato progetto di vita per il disabile grave. In questo modo, finché durerà il trust, e quindi anche qualora l’ufficio di trustee sia ricoperto da un soggetto diverso da un familiare del disabile grave, sarà possibile evitare la sua instituzionalizzazione.

Tassazione del Trust Dopo di Noi, Agevolazioni Fiscali e sue Caratteristiche

Al conferimento dei beni in trust, infatti, non si applicherà l’imposta sulle successioni e donazioni (mentre le imposte di registro, ipotecaria e catastale si applicheranno in misura fissa) qualora:

  1. siano perseguite come finalità esclusive l’inclusione sociale, la cura e l’assistenza del disabile e tali finalità siano espressamente indicate nell’atto istitutivo;

  2. per la stipula venga utilizzata la forma dell’atto pubblico;

  3. siano indicati in maniera chiara e univoca:

    • soggetti coinvolti ed i loro rispettivi ruoli;

    • la funzionalità e i bisogni specifici del disabile beneficiario, nonché le attività assistenziali necessarie a garantirne la cura e la soddisfazione dei suoi bisogni (comprese le attività finalizzate a ridurre il rischio della istituzionalizzazione);

    • gli obblighi del trustee con riguardo al progetto di vita e agli obiettivi di benessere che lo stesso deve promuovere in favore del beneficiario, nonché le modalità di rendicontazione;

  4. esclusivo beneficiario sia il disabile grave;

  5. sia prevista la figura del guardiano (al quale spetta il controllo della gestione del trustee);

  6. il trust cessi alla morte del beneficiario disabile grave;

  7. sia stabilita la destinazione del patrimonio residuo.

Cosa accade alla Morte del Beneficiario Disabile?

La legge sul Trust Dopo di Noi, inoltre, prevede che alla morte del beneficiario disabile:

  • se il disponente è ancora in vita e non sono stati individuati dei beneficiari finali, il ri-trasferimento a costui dei beni destinati godrà delle medesime esenzioni dall’imposta sulle successioni e donazioni di cui sopra (e le imposte di registro, ipotecaria e catastale si applicheranno sempre in misura fissa);

  • se sono stati, invece, individuati dei beneficiari finali, il trasferimento a costoro dei beni destinati sconterà l’imposta sulle successioni e donazioni con applicazione delle relative aliquote e franchigie avuto riguardo al loro rapporto di parentela o coniugio con il disponente.

empower3k Nessun commento

Cosa vuol dire investire in economia reale?

Si sente sempre più spesso parlare di coinvolgere il risparmio privato nel più ampio panorama della crescita economica, veicolando i depositi degli italiani verso strumenti di investimento finalizzati al sostegno del processo di crescita delle piccole e medie imprese innovative.

Tutte queste attività rientrano sotto il grande cappello degli investimenti in economia reale.

Si tratta di un concetto relativamente nuovo per il grande pubblico ma che in realtà ha una storia piuttosto antica, anche in Italia. Fino a non molto tempo fa, infatti, gli investimenti in economia reale erano attività che coinvolgevano esclusivamente fondi di private equity e venture capital. La pandemia da Covid-19 ha però alzato il velo su un doppio problema strutturale del nostro Paese: la difficoltà di accesso al credito per molte aziende e l’elevata quantità di depositi fermi sui conti correnti dei nostri connazionali.

Far parlare questi due mondi è apparsa sin da subito la soluzione ideale per guidare la ripresa dopo una delle crisi economiche e drammatiche più dure dal Secondo dopoguerra ad oggi. Per questo ultimamente stanno nascendo sempre più soluzioni di investimento in economia reale che puntano a coinvolgere anche i risparmiatori retail.

È evidente quindi che oggi sia fondamentale capire cosa vuol dire investire in economia reale e perché può essere importante farlo.

Cosa si intende per economia reale?

Per economia reale si intende quella parte dell’economia che comprende tutte le realtà imprenditoriali che producono beni e servizi e li distribuiscono sul mercato. L’economia reale include dunque le imprese, le merci da esse prodotti, i terreni, gli immobili, le attrezzature e tutti gli altri beni connessi alla produzione nonché i fornitori di servizi. All’interno dell’economia reale, le imprese ricercano risorse per effettuare i propri investimenti produttivi in attrezzature, tecnologie e risorse umane.

Come interagiscono economia reale e economia finanziaria?

Diversamente dall’economia reale, l’economia finanziaria, comprende tutti gli elementi e i prodotti finanziari come le azioni, le obbligazioni, i titoli di Stato, gli strumenti di liquidità etc.

I mercati finanziari forniscono all’economia reale risorse che verranno utilizzate per gli investimenti in attività commerciali e/o di produzione di beni e servizi. Queste risorse torneranno poi nell’economia finanziaria attraverso la restituzione del capitale prestato e il pagamento degli interessi.

In questo modo l’economia reale ottiene il supporto necessario alla creazione di valore e di innovazione, mentre la finanza ottiene il rendimento cercato, costituito appunto dagli interessi sui prestiti erogati.

ELTIF: un esempio di investimento dell’economia reale

Un esempio di soluzioni di investimento in economia reale sono gli ELTIF. Questi sono infatti una categoria di prodotti nati nel 2015 su iniziativa dell’Unione Europea e introdotti in Italia nel 2018. Il loro appellativo è acronimo di European Long-Term Investment Funds , ovvero fondi di investimento europei a lungo termine.

Gli ELTIF sono per loro natura fondi di natura chiusa che realizzano investimenti in strumenti finanziari di piccole e medie imprese europee non quotate, in imprese quotate con bassa capitalizzazione di mercato ma anche, più in generale, in attività dell’economia reale (per esempio, in progetti infrastrutturali).

economia reale

Quali vantaggi per investitori e imprese?

Per la clientela, il vantaggio dalle soluzioni di investimento in economia reale è triplice:

  1. questi investimenti consentono di allocare una parte di portafoglio in strumenti maggiormente decorrelati dall’andamento dei mercati finanziari, elevando quindi il livello di diversificazione e tenendosi alla larga dalla volatilità che caratterizzerà le borse nei prossimi mesi sulla scia delle incertezze di una ripresa economica complicata.
  2. strumenti di questo tipo permettono di sfruttare il premio di illiquidità per intercettare rendimenti mediamente superiori soprattutto nel campo obbligazionario.
  3. beneficiano di interessanti vantaggi fiscali che possono rappresentare una ulteriore leva per alcune tipologie di portafogli di investimento.

 

Economia reale in Banca Generali – BG4REAL

Banca Generali è stata tra le prime realtà finanziarie italiane a lanciare un vero e proprio progetto di sostegno all’economia reale attraverso soluzioni di investimento dedicate. Nel giugno 2020 è nato infatti BG4Real, il programma dedicato a soluzioni e strumenti di investimento orientati all’economia reale attraverso un’offerta di servizi dedicati e prodotti innovativi. Ad oggi, il progetto BG4Real conta su due strumenti dedicati che hanno l’obiettivo di creare un vero e proprio ponte tra le esigenze delle famiglie di stabilità e ricerca di valore nel lungo termine e la crescente domanda di credito e capitale privato dalle aziende e dal sistema economico.

  • 8A+Real Innovation: si tratta di un Fondo di investimento alternativo (Fia) sviluppato in collaborazione con la boutique indipendente 8A+ Sgr. Il Fondo è un innovativo multiasset creato per investire sia in strumenti di debito (per una percentuale pari al 70%), selezionati con la consulenza di partner di primissimo livello tra incubatori di startup e fondi di venture capital, sia in “equity”(circa il 30%) dove si ricercano le migliori opportunità tra i portafogli di fondi di private equity e operazioni dirette sulle pmi più innovative, con particolare attenzione all’Italia.
  • 8A+ Real Eltif Italy: sulla stessa linea del Fia, il primo Eltif di Banca Generali (8A+ Real Eltif Italy) si caratterizza per un approccio altrettanto prudente che coniuga il concetto di protezione e decorrelazione dai mercati anche il supporto alle aziende italiane. La componente di debito, che qui sale fino all’80%, guarda prevalentemente al comparto dei finanziamenti alle pmi italiane, al mondo dei minibond, del credito nel real estate europeo, e dei senior secured loans. Il focus azionario riguarda invece finanziamenti diretti alle “scale up” italiane e società quotate all’Aim di Piazza Affari.

Questi strumenti sono stati accompagnati dalla Banca da un vero e proprio ecosistema innovativo di selezione che, attraverso partnership internazionali, analizza e trova le migliori occasioni di investimento sul mercato delle pmi innovative e in fase di scale-up. Da inizio progetto, BG4Real ha sostenuto il processo di sviluppo di aziende quali TreedomInxpectDatrixWebidoo e molte altre.

[[[["field12","equal_to","Accetto l'informativa e autorizzo il trattamento dei miei dati"]],[["show_fields","field9"]],"and"]]
1 Step 1
Desideri più informazioni su BG4Real? Richiedi un approfondimento compilando il modulo in basso.
Nome
Cognome
Telefono
Maggiori informazioni
0 /
keyboard_arrow_leftPrevious
Nextkeyboard_arrow_right
empower3k Nessun commento

Materie prime: una importante asset class da “bilanciare” con attenzione.

Con l’inflazione sui massimi degli ultimi 40 anni, gli investitori sono alla ricerca di asset che possano smorzarne gli effetti. L’esposizione alle materie prime, attentamente calibrata, può fornire un’efficace difesa dall’inflazione e una diversificazione del portafoglio. Tuttavia, dopo essere state generalmente trascurate dagli investitori per molti anni, le materie prime sono tornate sotto i riflettori solo di recente, a nostro avviso per i motivi giusti.

I problemi di domanda e offerta mettono fine a un periodo di debolezza per le materie prime

Che si tratti della natura volatile delle materie prime, dell’eccesso di capacità ereditata dal ciclo precedente o della crescente enfasi sugli investimenti ambientali, sociali e di governance (ESG), per molti anni le materie prime sono passate in secondo piano rispetto alle azioni e ad altri asset reali. Dopo quasi un decennio di difficoltà (cfr. Grafico), le infrastrutture di supporto e l’offerta di molte materie prime sono diventate carenti.

materie prime

Adesso le persistenti interruzioni delle catene di fornitura dovute al COVID-19, l’aumento dell’inflazione e i rischi geopolitici non hanno fatto altro che accentuare queste pressioni. A gettare benzina sul fuoco contribuisce la domanda sostenuta di un’ampia gamma di materie prime che si è generata con la ripresa di gran parte del mondo dal COVID-19. I fornitori, tuttavia, stentano ancora a soddisfare questa domanda e probabilmente avranno difficoltà a farlo ancora per molti anni. Questa dinamica di domanda e offerta dovrebbe dare impulso ai prezzi in futuro, ed è uno dei motivi per cui le materie prime presentano oggi un’attrattiva decisamente maggiore.

Il crescente dinamismo di un ampio paniere di materie prime

È difficile dipingere le materie prime – dal greggio e al bestiame, dalla soia allo zinco – come un’asset class omogenea, dato che questi beni possono avere profili di rischio/rendimento molto diversi ed essere estremamente sensibili agli sviluppi nei loro mercati o in contesti più ampi.

Questo è un segnale rialzista, indicativo di una domanda robusta, di un’offerta debole e di scorte ridotte, tutti fattori che in passato hanno di solito fatto presagire un solido potenziale di rendimento.

Nonostante l’aumento dei prezzi, molte materie prime presentano ancora un potenziale di rialzo

Le materie prime, naturalmente, non procedono tutte di pari passo. Alcune hanno più potenziale di altre, anche dopo i rincari osservati di recente. In effetti, le valutazioni di molti tipi di materie prime sembrano tutt’altro che eccessive, a giudicare dalle posizioni nette degli investitori.

Questi ultimi, ad esempio, hanno mantenuto in media una posizione lunga netta del 9% nel greggio negli ultimi 12 mesi, un dato che si colloca appena sotto il 40° percentile sul lungo periodo. In altre parole, attualmente la speculazione sul petrolio non è molto pronunciata, per cui anche la probabilità di una fuga di massa è contenuta. Al contrario, le materie prime agricole come il mais e il cotone hanno posizioni lunghe del 35% e 45% circa, rispettivamente. Tali cifre, essendo vicine al 100° percentile in termini storici, suggeriscono che queste materie prime sono ipercomprate. In questi casi, un mercato interamente investito potrebbe lasciare molto meno margine di manovra nell’eventualità di un ribasso significativo.

La conclusione di tutto questo? Le materie prime evidenziano un buon andamento come asset class, ma non sono monolitiche; serve comunque un approccio selettivo.

Siamo del parere che una strategia efficace potrebbe essere quella di privilegiare un mix diversificato di asset reali. Oltre alle materie prime, questo mix dovrebbe includere titoli immobiliari, azioni legate alle risorse naturali, oro e azioni sensibili all’inflazione. Operando in chiave flessibile, inoltre, gli investitori possono adattare questa esposizione diversificata agli asset reali a una strategia multi-asset adeguatamente bilanciata e basata su un preciso e formalizzato protocollo operativo.