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Sostegni Bis: approvato il pacchetto di misure da 40 miliardi di euro

Superata l’impasse nata sul tema dei licenziamenti, il decreto Sostegni bis, ribattezzato Imprese, lavoro, giovani e salute dal governo, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.123 del 25.05.2021 ed entrato in vigore dal 26 maggio.

Sostegno alle imprese, credito, salute, lavoro, scuola: il nuovo Decreto Sostegni bis varato dal governo Draghi si muove su diverse direttrici e prevede uno stanziamento di circa 40 miliardi di euro, a valere sullo scostamento di bilancio già autorizzato dal Parlamento, al fine di potenziare ed estendere gli strumenti di contrasto alla diffusione del contagio e di contenere l’impatto sociale ed economico delle misure di prevenzione che sono state adottate.

Ma andiamo ad analizzare la struttura del Decreto e le principali misure di interesse per le aziende.

Gli interventi previsti si articolano su 7 principali linee di azione:

  1. sostegno alle imprese, all’economia e abbattimento dei costi fissi;
  2. accesso al credito e liquidità delle imprese;
  3. tutela della salute;
  4. lavoro e politiche sociali;
  5. sostegno agli enti territoriali;
  6. giovani, scuola e ricerca;
  7. misure di carattere settoriale.

Titolo I- Sostegni alle imprese, all’economia e abbattimento dei costi fissi

  • Misure urgenti a sostegno del settore turistico e bonus alberghi (Art.7)

Al comma 5 dell’art.7 viene prorogato di un anno la misura del credito d’imposta per la riqualificazione ed il miglioramento delle strutture ricettive turistico-alberghiere, prevedendo uno stanziamento pari a 100 milioni per l’anno 2022.

  • Misure urgenti per il settore tessile e della moda (Art.8)

Il Decreto Sostegni-bis ….

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Cosa è l’Evidence Based Investing (EBI)

“Il pessimista si lamenta del vento. L’ottimista aspetta che cambi. Il realista aggiusta le vele”. William A. Ward

L’Evidence Based Investing (EBI) è un approccio disciplinato alle decisioni investimento e di “manutenzione” del portafoglio finanziario. Disciplinato perchè si basa sulle evidenze accademiche e sui dati. Un altro requisito fondamentale è che le fonti accademiche siano state sottoposte alla revisione paritaria (peers review) ovvero devono, a loro volta, essere state validate dalla comunità scientifica.

Anche i ricercatori e gli esponenti del mondo accademico possono, infatti, essere vittime di abbagli. L’EBI cerca pertanto di tenere fuori dalle scelte di investimento gli errori comportamentali, le notizie inutili e fuorvianti, i suggerimenti interessati, le storie affascinanti ma non verificabili, in pratica tenere fuori il rumore di fondo inutile e dannoso.

In altre parole l’EBI ha l’obiettivo di aumentare le probabilità di successo e di ridurre il rischio inteso come probabilità di non raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Potresti pensare che quanto sopra debba essere l’operatività standard dei professionisti della consulenza finanziaria e delle istituzioni che essi rappresentano. Del resto cosa mai potrebbe essere più scientifico che trattare numeri, rendimenti passati, probabilità di rendimenti futuri, gestione del rischio finanziario?

Purtroppo non è così. Errori comportamentali, emozioni, mancanza di un approccio scientifico, scarsa dimestichezza e consuetudine con la ricerca e la produzione accademica, meccanismi di remunerazione che confliggono con gli interessi degli investitori, budgets di vendita, rendono questo approccio difficilmente praticabile dalla maggior parte del mondo della consulenza finanziaria.

Cosa dovrebbe fare l’investitore per controllare che, nelle decisioni di investimento che lo riguardano, venga applicato un metodo scientifico? Pretendere che, per ognuna delle fasi descritte di seguito, venga utilizzato un criterio, un protocollo, un metodo basato sui dati e sulle evidenze scientifiche:

  • Decisione di allocazione iniziale delle risorse finanziarie, ovvero: in cosa investire ed in quali percentuali;
  • Manutenzione e monitoraggio del portafoglio, ovvero quali attività porre in essere successivamente all’allocazione iniziale: cadenza temporale degli interventi e tipo di interventi;
  • Investment review, ovvero disporre di un sistema completo di misurazione della performance in grado di valutare il funzionamento di ogni componente del processo di investimento.

Per ognuna di queste fasi e prima che l’investimento abbia inizio, l’investitore dovrebbe pretendere evidenza scritta e dettagliata delle regole operative di gestione del rischio e dell’impianto strategico e decisionale sottostante alle decisioni di investimento iniziali e di successiva manutenzione del portafoglio. Riuscire ad ottenere questa documentazione è un segnale assai favorevole; non riuscire ad ottenerla, oppure ottenere solo generici proclami e dichiarazioni di intento è un indizio certo che i tuoi investimenti sono in balia dei mercati finanziari, del caso e di “attenzioni” che nulla hanno a che fare con la tua prosperità finanziaria.

Ora che ne sai di più sapresti dire in quale delle tre fasi in basso interviene il consulente finanziario che opera secondo i principi dell’evidence based investing ed in quali assolutamente no? Scrivilo nei commenti.

Luca Cirillo | lucacirillo.it

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I Gremlins della volatilità e gli Unicorni della “pianificazione finanziaria”​. Parte 1/2

In un precedente articolo (https://www.linkedin.com/post/edit/6775077526487257089/) ho provato a fare chiarezza nella diatriba “gestione passiva-gestione attiva”, te ne consiglio la lettura prima di procedere.

In questo articolo provo ad introdurre altri concetti incredibilmente trascurati dalla consulenza finanziaria…al termine della lettura, ne sono convinto, diventerai un investitore ancora più consapevole perché scoprirai che negli investimenti conta non solo la destinazione ma soprattutto il viaggio (ed i compagni di viaggio).

Facciamo un semplice esempio: un ipotetico investimento ha reso il +4% il primo anno, il -14% il secondo anno ed il +22% il terzo anno. Il rendimento medio di questo investimento è quindi il 4% (la somma dei tre rendimenti diviso 3). Se teniamo conto del solo dato “rendimento medio 4%” un ipotetico investimento di 1000€ all’inizio del primo anno, per tre anni e con un rendimento medio del 4%, diventerebbe 1125€. Proviamo ora a fare il calcolo in maniera più precisa, questa volta con i tuoi 1000€ investiti e rispettando la sequenza dei rendimenti +4%, -14%, +22% il risultato ora è 1091€.

Cosa è successo? Hai appena fatto la conoscenza dei Gremlins della volatilità che si sono presi ben 34€ dal tuo investimento. “Gremlins della volatilità” è un termine coniato da Ed Easterling delle Crestmond Research. Rende bene l’idea perché questi mostriciattoli sono percepiti come fastidiosi ma non particolarmente pericolosi; possono nasconderti le chiavi dell’auto o rubarti qualcosa dal frigo. Il problema è che questo tipo di scherzetti li fanno anche ai portafogli investimenti ogni volta che senti in tv che “i mercati sono saliti mediamente dell’7% all’anno” ma poi devi constatare che i tuoi investimenti, in realtà, sono saliti del 4% all’anno. I Gremlins entreranno in azione, puoi starne certo, ogni volta che farai un investimento solo perché ti è stato detto che “fino ad ora ha reso in media l’8% all’anno”.

In altre parole questi fastidiosi compagni di viaggio dei tuoi investimenti ti ingannano facendoti credere che il rendimento medio ed il tasso annuo di crescita composto siano la stessa cosa.

Non introdurrò formule e matematica (troverai tantissimo materiale su internet) perché ora è (molto) più importante insistere su questo concetto: sarà la sequenza dei rendimenti (anni di rendimenti positivi che si alterneranno ad anni di rendimenti negativi) ad avere effetto sui tuoi investimenti; i tuoi investimenti “sperimenteranno” quello, non il rendimento medio che l’investimento ha avuto in passato.

Ora sei pronto a fare la conoscenza di un altro animale mitologico: L’Unicorno della pianificazione finanziaria.

L'unicorno della pianificazione finanziaria

Cosa c’è di più rassicurante di un unicorno? Rappresenta un sogno di grazia e bellezza.

L’Unicorno della pianificazione finanziaria, si manifesta ogni qual volta la traiettoria della crescita futura dei tuoi investimenti ti viene rappresentata con un rassicurante grafico come quello in alto.

Ovvero, quando una suggestiva quanto superficiale proposta di investimento o un rassicurante report di pianificazione finanziaria vengono costruiti “proiettando” nel futuro la “crescita media” che un portafoglio di investimenti (o intere asset classes) ha avuto in passato, in quel preciso momento ti viene presentato un Unicorno della pianificazione finanziaria.

Non è stato fornito nessun testo alternativo per questa immagine

Ma, se ci pensi bene, un’ipotesi di crescita dei tuoi investimenti fatta “proiettando” nel futuro i rendimenti medi passati, ha il 50% di fare peggio di quanto ti è stato prospettato. Non è più tanto rassicurante detta così!

Nella seconda parte introdurremo nel ragionamento i versamenti che un investitore fa durante la fase di accumulazione (presumibilmente fino al pensionamento) ed i prelievi una volta andati in pensione e allora, purtroppo, vedremo quanto i Gremlins della volatilità diventeranno cattivi sul serio e quanto sarà stato pericoloso credere agli Unicorni negli investimenti.

Ma non preoccuparti vedremo anche quali contromisure prendere.

Luca Cirillo, consulente finanziario

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Investire sulla base delle evidenze: Il Global Market Portfolio, il portafoglio finanziario del pianeta Terra.

La diatriba tra i sostenitori degli investimenti passivi e della gestione attiva genera molta confusione. Quali caratteristiche deve avere un portafoglio finanziario per essere considerato “passivo”?

Sempre più spesso sentirai ripetere che la gestione attiva mediamente non riesce a battere il mercato ed è pertanto più razionale ricorrere alla gestione passiva, ovvero ricorrere alla sottoscrizione di strumenti finanziari indicizzati che non si propongono di “battere” il mercato di riferimento ma di fare esattamente come il mercato di riferimento.

Dall’altra parte della barricata c’è chi afferma il contrario, ovvero afferma che esistono gestori (o strategie) che riescono, sistematicamente, a battere il mercato di riferimento e che è pertanto opportuno individuare costoro piuttosto che “accontentarsi” dei rendimenti medi di mercato.

Un vero e proprio scontro, con toni spesso accesi, che va avanti da decenni e che questo contributo non si propone di alimentare.

Credo sia molto più interessante approfondire il vero significato di “investimento passivo”.

Pensiamo ad un portafoglio di investimenti composto da due ETF (Exchange Traded Funds, fondi di investimento utilizzati per replicare l’andamento di un indice), ipotizziamo ad esempio il 60% investito in un ETF azionario e il 40% investito in un ETF obbligazionario; è un portafoglio di investimento passivo? Una volta definita l’allocazione iniziale, si provvede alla periodica manutenzione del portafoglio (il c.d. “ribilanciamento”), ogni qual volta le azioni dovessero apprezzarsi rispetto alle obbligazioni o viceversa. In questo modo si mantiene il rapporto 60/40 definito inizialmente. Aver stabilito di investire, tramite ETF, il 60% in azioni ed il 40% in obbligazioni e adoperarsi per lasciare inalterate queste percentuali nel tempo, è una strategia di investimento attiva o passiva?

portafoglio 60/40

E’ un portafoglio passivo?
E’ se invece il portafoglio dovesse utilizzare quattro diversi ETF rappresentativi di quattro differenti asset classes (ipotizziamo 20% azioni, 40% obbligazioni, 20% oro, 20% immobiliare)? E se utilizziamo dieci ETF? Stiamo investendo nello strumento finanziario (l’ETF) più adatto per costruire una strategia di investimento passiva e, per di più, ci adoperiamo, con periodici ribilanciamenti, a mantenere inalterata l’allocazione iniziale. Più “passivo” di così?

Sfortunatamente persino i più accaniti sostenitori delle strategie di investimento passive sembrano non avere le idee troppo chiare a riguardo quando considerano, come condizione necessaria e sufficiente, l’impiego di ETF per costruire una strategia di investimento passiva.

Torniamo all’esempio di prima, un portafoglio di quattro ETF: 20% azioni, 40% obbligazioni, 20% oro, 20% immobiliare. Sto quindi utilizzando, in queste percentuali, strumenti indicizzati, che replicano “passivamente” i rispettivi indici rinunciando alla pretesa di poterli battere; nuovamente, ciò vuol dire che sono un investitore passivo?

Pensiamoci un attimo; perchè si è deciso di investire proprio il 20% delle disponibilità destinate agli investimenti finanziari in azioni? E perchè proprio il 40% in obbligazioni (sostituisci queste percentuali con qualsiasi altra percentuale tu abbia letto in articoli, blog, proposte della tua banca o del tuo consulente)? Aver deciso queste percentuali è una decisione “molto attiva” perchè è la decisione che avrà l’impatto più significativo sui rendimenti che un investitore otterrà, nel lungo periodo, dal suo portafoglio finanziario [1].

A chi, in termini troppo semplicistici, sostiene la superiorità di una non meglio precisata strategia di investimento passiva, sembrerebbe bastare che il portafoglio sia realizzato utilizzando ETF (o altri strumenti indicizzati a basso costo) perchè si possa parlare di gestione passiva.

Replicare passivamente uno o più indici non basta a rendere “passivo” il portafoglio nel suo insieme; occorre che siano “passive” (si passi il termine) anche le percentuali con le quali il mio portafoglio è esposto ad ogni asset class.

Ovvero le partecipazioni alle singole asset class (vedi sopra, azioni, obbligazioni, commodities, oro, immobiliare, ecc ecc) devono replicare quelle di un portafoglio che si possa oggettivamente, considerare realmente passivo.

Questo portafoglio esiste e si chiama Global Market Portfolio (GMP). Introdotto da due premi Nobel, Markowitz [2] e Tobin [3] che lo definì come “portafoglio super-efficiente” che bilancia perfettamente rischio e rendimento, fu successivamente individuato da William Sharpe (anch’egli premio Nobel) nel portafoglio comprensivo di tutte le attività finanziarie pesate per i rispettivi valori di mercato.

Come è composto il GMP? Eccone di seguito una rappresentazione sulla base di specifiche ricerche accademiche a riguardo [5].

global market portfolio

Il GMP, almeno per chi sostiene l’efficienza dei marcati finanziari, è il portafoglio che, per unità di rischio offre il maggiore rendimento. La “manutenzione” del GMP non richiede un ribilanciamento occorre piuttosto consultare periodicamente la letteratura accademica per verificare che i pesi siano sempre allineati.

Ad esempio, nel grafico in basso, è evidente che ci siano dei portafogli (o singole asset class) che offrono maggiori rendimenti ma presentano un più elevato grado di rischio.

Il GMP, in altre parole, è il portafoglio più efficiente per l’investitore che crede nell’efficienza dei mercati finanziari e che ritiene di non possedere informazioni che il mercato non conosca già e non abbia già scontato.

Veniamo ora al punto fondamentale ma incredibilmente (volutamente?) più trascurato dalla narrazione della “buona consulenza finanziaria” e che l’eterno ed inconcludente scontro tra gestione attiva e gestione passiva ha fatto perdere di vista.

Detenere, intenzionalmente o meno, un portafoglio di investimenti diverso dal Global Market Portfolio implica l’assunto che si sia in possesso di informazioni, di stime di rendimento e di volatilità (ovvero di rischiosità) di ogni singola asset class (azioni, obbligazioni, commodities, ecc ecc). Ovvero implica l’assunto di essere in grado di decidere l’allocazione iniziale e la successiva frequenza e natura del tipo di “manutenzione” da fare al portafoglio finanziario sulla base di evidenze scientifiche non meno qualificate rispetto a quelle che sono alla base del GMP.

Se così non fosse, ovvero se non ci si ritenesse in grado di poter effettuare queste stime, la scelta più razionale dovrebbe essere quelle di investire nel GMP.

I tentativi di migliorare l’efficienza del Global Market Portfolio, il portafoglio passivo per definizione, sono certamente legittimi ma devono essere considerati gestione attiva a tutti gli effetti, anche quando si impiegano ETF per replicare gli indici di riferimento.

Insomma la differenza tra gestione attiva e gestione passiva è molto più sfumata di quanto si creda e l’investitore consapevole non dovrebbe accontentarsi né di generiche affermazioni che alludano a presunte capacità di saper “battere il mercato” né, tantomeno, accontentarsi della generica rassicurazione che il solo utilizzo di strumenti indicizzati sia esso stesso sinonimo di rigore scientifico nelle scelte di investimento.

Il Global Market Portfolio è il faro, il punto fermo che dovrebbe spingere ogni investitore consapevole ad interrogare e pretendere evidenza scritta e dettagliata del protocollo di investimento che il proprio wealth / asset manager intende utilizzare quando quest’ultimo si propone di assisterlo e consigliarlo nelle decisioni di investimento di lungo periodo.

Questa è l’essenza dell’Evidence Based Investing, investire sulla base delle evidenze.

Luca Cirillo | Consulente Finanziario

[1] The True Impact of Asset Allocation on Returns (Roger G. Ibbotson).

[2] Markowitz, Harry. “Portfolio Selection.” The Journal of Finance 7, no. 1 (1952), 77-91. doi:10.1111/j.1540-6261.1952.tb01525.x.

[3] Tobin, J. “Liquidity Preference as Behavior Towards Risk.” The Review of Economic Studies 25, no. 2 (1958), 65. doi:10.2307/2296205.

[4] Sharpe, William F. “Capital Asset Prices: A Theory of Market Equilibrium Under Conditions of Risk.” The Journal of Finance 19, no. 3 (1964), 425-442. doi:10.1111/j.1540-6261.1964.tb02865.x.

[5] Doeswijk, Ronald, Trevin Lam, and Laurens Swinkels. “Historical Returns of the Market Portfolio.” The Review of Asset Pricing Studies, 2019. doi:10.1093/rapstu/raz010.

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Promozione bollo 2021

Viene attivata anche per il primo semestre 2021 la promozione sull’imposta di bollo, che consente ai clienti di ottenere, a seguito di trasferimento titoli da altra banca, un bonus massimo di € 4.000 per il rimborso dell’imposta di bollo su strumenti finanziari (aliquota attuale 0,20%).

TIPOLOGIA PROMOZIONE
L’imposta di bollo oggetto di rimborso è pari allo 0,20% sui seguenti strumenti finanziari: Titoli Amministrato, Fondi, Sicav.
Sono escluse Gestioni e Polizze Assicurative.

A CHI E’ RIVOLTA
Nuovi clienti o già clienti (persone fisiche e giuridiche) che nel periodo 01/01/2021 – 30/06/2021, trasferiscono titoli in BG da altro istituto per un controvalore minimo di 100.000 €.

OGGETTO PROMOZIONE
Rimborso dell’imposta di bollo pagata su:
-Titoli trasferiti* (max 1 mln)
*Il bonus così determinato sarà utilizzabile solo a rimborso dei bolli su Deposito Titoli, Fondi e Sicav generati nel corso del 2021.

MODALITA’ DI RICONOSCIMENTO DEL BONUS
Il rimborso dell’imposta di bollo pagata avverrà alla fine di ogni semestre

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GESTIRE AL MEGLIO LA LIQUIDITÀ, DA BANCA GENERALI UN NUOVO COMPARTO MONETARIO

Banca Generali allarga la propria offerta finanziaria alla clientela con un nuovo prodotto esclusivo per Lux IM focalizzato sulla diversificazione valutaria. Dal 18 gennaio è sottoscrivibile il nuovo Global Markets, una risposta immediata per la gestione della liquidità. Il nuovo comparto utilizza un approccio di gestione da tesoreria in valuta estera, motivo per cui è caratterizzato da un portafoglio molto liquido e trasparente. In un contesto di mercato condizionato dall’incertezza legata agli sviluppi della pandemia ed ai tassi negativi, potrebbe essere interessante inserire nei portafogli soluzioni di investimento che consentano una diversificazione valutaria e nello stesso tempo non espongano a rischio di credito o di duration. Questa gestione si propone come molto efficiente proprio perché ha alla base un orientamento al rischio limitato ed una elevata liquidità dei sottostanti.

Global Markets è costruito su un orizzonte di investimento 2023 e sarà aperto al collocamento solo nei periodi in cui il livello di entrata delle valute risulti attraente ed in grado di generare valore sul periodo target.

L’obiettivo del fondo è quello di offrire una diversificazione valutaria sul dollaro americano e sulla valuta cinese, il renminbi, che ha un regime di ‘peg flessibile’ verso il dollaro americano. Il portafoglio obbligazionario sottostante realizza poi una strategia attiva con una maturity di circa 3 anni, su emittenti sia corporate che governativi. L’asset allocation è e flessibile e si adatta come una gestione di tesoreria alla situazione dei mercati, sfruttando anche situazioni di arbitraggio e il mispricing tra prezzo di mercato e fair value.

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Trust: imposte fisse per l’atto devolutivo e proporzionali solo all’effettivo trasferimento

Trust: imposte fisse per l’atto devolutivo e proporzionali solo all’effettivo trasferimento
(D’Amato Gregorio Pietro dottore commercialista in Brescia e Salerno)

La CTR Lombardia Sezione Staccata di Brescia sez. 25 con due sentenze identiche del 28/08/2020 ha richiamato la più recente giurisprudenza di cassazione in cui è stato affermato il principio per il quale il trasferimento di immobili al trustee che non sia beneficiario del trust “avviene a titolo gratuito e non determina effetti traslativi, poiché non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso trustee, che è tenuto solo ad amministrarlo e a custodirlo, in regime di segregazione patrimoniale, in vista del suo ritrasferimento ai beneficiari del “trust”. E che si tratta di “titolarità solo strumentale e temporanea in quanto finalizzata al perseguimento delle finalità di cui all’atto costitutivo. E così successivamente in data 16/10/2020 la sezione 26 della medesima CTR ha stabilito che il trasferimento dei beni effettuato dal disponente (settlor) a favore del trustee non comporta la loro attribuzione definitiva a quest’ultimo, che è tenuto solo ad amministrarli e custodirli – in regime di segregazione patrimoniale – in vista del futuro trasferimento definitivo ai beneficiari del Trust. Perché ricorrano i requisiti per l’applicazione delle imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale occorre un effettivo trasferimento di ricchezza
mediante un’attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale all’attuazione degli scopi sottesi alla costituzione del vincolo segregativo, attribuzione che si realizza solo con il trasferimento finale del bene al beneficiario. Con il Trust non si configura un trasferimento di proprietà, avendo il Trustee un potere limitato e confinato rispetto a quello della proprietà.

Orientamenti giurisprudenziali Conformi:

Cass. civ. sez. VI – 5, Ord., (ud. 15-01-2020) 11-03-2020, n. 7003
Cass. civ. sez. VI – 5, Ord., (ud. 09-10-2019) 07-02-2020, n. 2897
CTR Lombardia, Sez. distaccata di Brescia, sentenza 28 agosto 2020, n. 1822
CTR Lombardia, Sez. distaccata di Brescia, sentenza 28 agosto 2020, n. 1823
CTR Lombardia, Sez. distaccata di Brescia, sentenza 16 ottobre 2020 n. 2334
CTR Emilia Romagna Bologna del 24-02-2020 n. 583
CTR Campania Sez. 23 del 20/01/2020 n. 618
Difformi: Cass. Civ. Ord. del 15/01/2019 n. 734  – CTR Perugia 28/03/2017

La CTR Lombardia Sezione Staccata di Brescia con tre sentenze della Sezione n. 25 del 28 agosto 2020 nn. 1822 e 1823 e la sezione n. 26 del 16 ottobre 2020 n. 2334 ha nuovamente confermato, e ribadito quanto da giurisprudenza consolidata della Cassazione è stato ampiamente stabilito in merito agli atti devolutivi di trust che scontano l’imposta fissa sia per le imposte di registro, catastali ipotecaria e nulla è dovuto per l’imposta di donazione. Le tre sentenze qui in commento hanno confermato quanto dalla Cassazione stabilito incontrovertibilmente che oramai è un principio consolidato secondo cui con gli atti di devoluzione in trust non si verifica nessun arricchimento, e nessuna capacità contributiva si manifesta da parte del Trustee. Mentre, l’unico che invece non riesce a comprenderlo è l’Agenzia delle Entrate che persevera in tale sua opinione che non trova nessuna attenzione ed accoglimento da parte degli attenti e capaci Giudici di merito che sia in primo grado avevo accolto il ricorso dei ricorrenti così in appello sono stati rigettati gli appelli proposti alle già sentenze favorevoli dei contribuenti. Come sul dirsi errare è umano ma perseverare è diabolico.

La Sezione n. 25 della CTR Lombardia sez. staccata di BS con due sentenze gemelle nn. 1822 e 1823 del 28 agosto 2020 ha respinto l’appello dell’Ufficio  stabilendo che la più recente giurisprudenza ha affermato il principio per il quale il trasferimento di immobili al trustee che non sia beneficiario del trust “avviene a titolo gratuito e non determina effetti traslativi, poiché non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso trustee, che è tenuto solo ad amministrarlo ed a custodirlo, in regime di segregazione patrimoniale, in vista del suo ritrasferimento ai beneficiari del “trust”. Detto atto, pertanto, è soggetto a tassazione in misura fissa, sia per quanto attiene all’imposta di registro che alle imposte ipotecaria e catastale, e con grande puntualità e precisione richiama le tale principio stabilito dalle sentenze della Cass. n. 975/18; Cass. n. 21614/16; Cass. n. 25478115, Cass. civ. sez. VI, n. 30821/2019.

L’affidamento comporta infatti solo una disponibilità transitoria in attesa del ritrasferimento dei beni agli effettivi beneficiari, senza trasferimento effettivo di proprietà in capo al trustee e senza un incremento patrimoniale in suo favore: “una vera manifestazione di forza economica – molto compiutamente i giudici della CTR stabiliscono che di capacità contributiva prende consistenza solo quando la funzione
del trust viene attuata, e richiama, peraltro, quanto stabilito in merito dalla Cass. civ. sez. trib. n. 15453/2019. Nel caso di specie, è vero che l’atto di devoluzione riporta che “il trustee dispone dei beni in trust senza alcuna limitazione” ma aggiunge “salve quelle risultanti dal citato
atto istitutivo del trust. Inoltre, specifica espressamente che si tratta di “titolarità solo strumentale e temporanea in quanto finalizzata al persegui mento delle finalità di cui all’atto costitutivo”.

La sentenza della corte di Cassazione Sez. VI – 5, Ord., (ud. 11-09-2019) depositata il 26-11-2019, n. 30821, ed in maniera molto precisa richiamata dai giudici della Sezione 25ha dichiarato che è manifestamente fondato alla stregua della giurisprudenza della stessa Corte che ha espresso il consolidato orientamento secondo cui il trasferimento dal “settlor” al “trustee” di immobili e partecipazioni sociali per una durata predeterminata o fino alla morte del disponente, i cui beneficiari siano i discendenti di quest’ultimo (come verificatosi nel caso di specie) avviene a titolo gratuito e non determina effetti traslativi, poiché non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso trustee, che è tenuto solo ad amministrarlo ed a custodirlo, in regime di segregazione patrimoniale, in vista del suo ritrasferimento ai beneficiari del “trust”.

Detto atto, pertanto, è soggetto a tassazione in misura fissa, sia per quanto attiene all’imposta di registro che alle imposte ipotecaria e catastale. (Cass. n. 975/2018; Cass. n. 21614/2016; Cass. n. 25478/2015). Il trasferimento dei beni al trustee avviene, infatti, a titolo gratuito, non essendovi alcun corrispettivo, ed il disponente non intende arricchire il trustee, ma vuole che quest’ultimo li gestisca in favore dei beneficiari, segregandoli per la realizzazione dello scopo indicato nell’atto istitutivo del trust, per cui l’intestazione dei beni al trustee deve ritenersi, fino allo scioglimento del trust, solo momentanea. Si deve rilevare che oramai la Cassazione è univoca nello stabilire che per gli atti sia istitutivi che devolutivi in trust si applichi l’imposta in misura fissa. Anche con tale pronuncia si consolida sempre più la corretta interpretazione della tassazione degli atti devolutivi in Trust che scontano la tassazione fissa, che non sfugge all’attenta e competente giurisprudenza sia di merito, come nel caso di specie per la sez. 25 con le sentenze in commento, che di legittimità al contrario della ormai anacronistica posizione dell’Agenzia delle Entrate che non fa altro che determinare inutili contenziosi che sin dal primo grado la vede soccombente.

Del resto la Cassazione è univoca in merito e la Cass. civ. n. 1131/2019 ha stabilito che:
a) “non si può trarre dallo scarno disposto del D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 47, il fondamento normativo di un’autonoma imposta, intesa a colpire ex se la costituzione dei vincoli di destinazione, indipendentemente da qualsivoglia evento traslativo, in senso proprio, di beni e diritti, pena il già segnalato deficit di costituzionalità della novella così letta”; b) “in relazione agli atti di dotazione del fondo oggetto di causa (…), il giudice di appello (…) ha correttamente escluso che la costituzione del vincolo di destinazione sulle somme di denaro conferite in trust avesse prodotto un effetto traslativo immediato, solo in tal caso giustificandosi la soggezione dell’atto dotativo all’imposta sulle successioni e donazioni, in misura proporzionale, in quanto sicuro indice della capacità economica del soggetto beneficiato”; c) “una lettura costituzionalmente orientata della normativa in esame (artt. 53 e 23 Cost.), attribuisce giusto rilievo al fatto che l’imposta prevista dal D.Lgs. n. 346 del 1990 non può che essere posta in relazione con “un’idonea capacità contributiva”, che il conferimento di beni e diritti in trust non integra di per sè un trasferimento imponibile e, quindi, rappresenta un atto generalmente neutro, che non dà luogo ad un trapasso di ricchezza suscettibile di imposizione indiretta”. Questa utilità non concreta, di per sé, alcun effettivo e definitivo incremento patrimoniale in capo al disponente e nemmeno al trustee, incremento che si verificherà (eventualmente e in futuro) in capo al beneficiario finale. In definitiva, stabilisce la consolidata giurisprudenza della Corte la strumentalità dell’atto istitutivo e di dotazione del trust ne giustifica, nei termini indicati, la fiscalità neutrale.

Ricordando che poco prima ben 4 sentenze la Corte Suprema del 07/06/2019 nn. 15453-15455-15456, e del 21/06/2019 n. 16701 hanno stabilito la tassazione fissa degli atti devolutivi. La Corte con i precedenti citati ha affermato chiaramente che se si insiste su una interpretazione sistematica della norma per un tassazione proporzionale, si unisce ad un rilievo di carattere costituzionale: l’atto di costituzione del trust, l’atto segregativo, non esprime, di per se stesso, capacità contributiva art. 53 Cost., né per il disponente, la cui utilità, rappresentata dall’effetto di separazione dei beni (con limitazione della regola generale di cui all’art. 2740 c.c.), peraltro correlata ad una autorestrizione del potere di disposizione, non si sostanzia in un incremento di forza economica, né per il trustee, stante il già segnato carattere solo formale, transitorio, vincolato e strumentale del suo acquisto; una vera manifestazione di forza economica e di capacità contributiva prende consistenza solo quando la funzione del trust viene attuata. Il trasferimento al Trustee è solo temporaneo mentre il trasferimento definito di ricchezza – che rileva quale indice di capacità contributiva in relazione al cui manifestarsi sono pretendibili le imposte proporzionali – si verifica solo al momento del trasferimento finale al beneficiario.
Così, ugualmente la sezione n. 26 della stessa CTR Lombardia Sez. Staccata di Brescia, in maniera molto puntuale e precisa con la sentenza n. 2334 del 16 ottobre 2020 ha rigettato l’appello dell’Ufficio,in merito al gravame proposto, con il quale riteneva che con l’istituto del Trust si fosse realizzato il trasferimento di proprietà in capo la Trustee e dunque era erronea la motivazione del giudice di primo grado che aveva ritenuto di tassare l’atto a tassa fissa.

Gli attenti giudici nel ripercorre la struttura giuridica del trust con il quale si realizza da parte del disponente il trasferimento di un proprio diritto ad una persona di fiducia (trustee), la quale esercita il diritto sulla base dello statuto del trust (deed of trust) e delle istruzioni ricevute dal settlor (letters of wishes) e con l’obbligo di ritrasferire il diritto, entro un periodo di tempo prefissato, ad un terzo beneficiario (beneficiary).
Il trust prevede, di norma, la costituzione del trust da parte del disponente e successivamente che il medesimo disponente trasferisce uno o più beni al trustee. I Supremi Giudici di legittimità hanno chiarito che il trust «non è un ente dotato di personalità giuridica ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato, nell’interesse di uno o più beneficiari, e formalmente intestati al “trustee” il quale, pertanto, disponendo in via esclusiva dei diritti conferiti nel patrimonio vincolato, è l’unico soggetto legittimato a farli valere nei rapporti con i terzi e richiama a tal fine la sentenza della Cass. civ. sez. I, 22 dicembre 2015, n. 25800.

Pertanto, il trasferimento dei beni effettuato dal disponente (settlor) a favore del trustee non comporta la loro attribuzione definitiva a quest’ultimo, che è tenuto solo ad amministrarli e custodirli – in regime di segregazione patrimoniale – in vista del futuro trasferimento definitivo ai beneficiari del Trust. Perché ricorrano i requisiti per l’applicazione delle imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionale occorre un effettivo trasferimento di ricchezza mediante un’attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale all’attuazione degli scopi sottesi alla costituzione del vincolo segregativo, attribuzione che si realizza solo con il trasferimento finale del bene al beneficiario. E richiama da ultimo la sentenza della Cass. civ. sez. VI, 7 febbraio 2020, n. 2897.

Con la conseguenza che “è illogico” affermare applicabili le imposte proporzionali, dovute per la trascrizione e la voltura di atti che importano trasferimento di proprietà di beni immobili, già al momento del conferimento dei beni in trust, perché a tale momento è correlabile un trasferimento (al trustee) solo limitato (stante l’obbligo di destinazione che comprime il diritto di godimento del medesimo trustee rispetto a quello di un pieno proprietario) e solo temporaneo mentre il trasferimento definito di ricchezza – che rileva quale indice di capacità contributiva in relazione al cui manifestarsi sono pretendibili le imposte proporzionali – si verifica solo al momento del trasferimento finale ai beneficiari e ricimano quanto già stabilito dalla Cass. civ. sez. trib, sentenza del 07 giugno 2019, n. 15455. Va evidenziato che in merito alla soggettività giuridica del “Trust” l’ufficio sostiene volendo applicare le imposte in capo al Trustee che la “soggettività giuridica è data dalla circostanza che il Trust sia determinata sotto il profilo tributario, dall’art. 73 del TUIR come modificato dall’art. 1 comma 74, L. n. 296/2006.

A tal fine si deve per l’ennesima volta far rilevare all’Ufficio in merito i principi di diritto per la fattispecie della “soggettività giuridica” in via sintetica, può dirsi che con soggettività giuridica s’intende l’attitudine della persona di essere titolare, quale centro autonomo, di diritto e doveri e ciò vale sia per la persona fisica, sia per quella giuridica. Scrive infatti autorevole dottrina: “Capacità giuridica significa idoneità ad
essere titolari di poteri e doveri giuridici; idoneità sia della persona fisica sia della persona giuridica. La legge stabilisce che per essere titolari di situazione soggettive attive (ad esempio diritti di credito) e di situazioni soggettive passive (ad esempio obbligo di corrispondere gli alimenti) occorre essere ritenuti idonei a istituire tali rapporti: l’idoneità per le persone fisiche si acquista automaticamente alla nascita (art. 1.cc) e si estingue con la morte; le persone giuridiche l’acquistano con il riconoscimento.

La tesi dell’ufficio, evidenziano i giudici della CTR di Brescia, pertanto, è dunque non in linea con la giurisprudenza di legittimità. E, infatti, i motivi di appello appaiono tutti infondati posto che con il Trust non si configura un trasferimento di proprietà, avendo il Trustee un potere limitato e confinato rispetto a quello della proprietà. Del resto richiamano i giudici bresciani lo stesso articolo 2 comma 47 del D.L. n. 262/2006, in tema di trust, prevede che, nel caso in cui non vi sia effetto traslativo immediato, l’imposta sulle successioni e donazioni, dovuta anche per i vincoli di destinazione, deve essere richiesta solo nel momento futuro ed incerto dell’eventuale trasferimento finale del bene al beneficiario e non già al momento della costituzione dell’atto istitutivo o della donazione patrimoniale. Sul punto, infine, occorre evidenziare l’orientamento dominante della Suprema Corte (Cass. n. 19167/2019, Cass. n. 16699/2019, Cass. n. 734/2019, Cass. n. 31445/2018, Cass. n. 975/2018).

A tal fine vanno qui, giocoforza, ricordate i chiari arresti giurisprudenziali della Cassazione in merito, con la sentenza del 27 gennaio 2017, n. 2043 che tornando ad occuparsi della soggettività giuridica del trust, confermando l’orientamento già in precedenza espresso dalla Cass. sez. trib., 18 dicembre 2015, n. 25478, in base alle quali: “l’istituzione di un trust non determina l’insorgenza di un nuovo soggetto giuridico dotato di propria personalità”. La S.C. rimarca il principio secondo cui “il trust, … concretizza un’entità patrimoniale costituita da un insieme di rapporti giuridici istituiti da una persona, il disponente, in rapporto a beni posti sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine determinato.”.

Il pregio della sentenza sopra richiamata è l’aver affrontato la soggettività a riceversi qualsiasi atto e nello specifico della trascrivibilità degli atti e pignoramenti dei beni posti in trust, in considerazione del fatto che la loro gestione viene attuata mediante una formale intestazione al trustee, nell’interesse di uno o più beneficiari, essendo “l’unico soggetto legittimato nei rapporti con i terzi in quanto dispone in esclusiva del
patrimonio vincolato alla predeterminata destinazione” (Cass. sez. I, 22 dicembre 2015, n. 25800), ciò “non quale “legale rappresentante” di inesistente soggetto distinto, ma come soggetto che dispone del diritto”.
Il precipuo ruolo del trustee, delineato in ambito civilistico (s.v. in dottrina D. Zanchi, Diritto e pratica dei trusts, profili civilistici, Torino, 2008; AA.VV., Il trust nella gestione dei patrimoni, Torino, 2009, 41; AA.VV., Dal trust all’atto di destinazione patrimoniale, il lungo cammino di un’idea, I quaderni della Fondazione italiana del notariato, 2013, 2, 83), rileva, per altro, anche nelle controversie inerenti le pretese erariali, essendo coerente con la caratteristica specifica dell’atto istitutivo di un trust affermare che l’atto non è in grado di dare vita ad un nuovo soggetto giuridico, bensì realizza un mero effetto segregativo Cass. n. 25478/2015.
L’applicazione dei principi statuiti dalla Cassazione influiscono – più o meno direttamente – su due aspetti d’interesse per coloro che operano con tale istituto:
– le modalità di espletamento delle trascrizioni presso i RR.II., in considerazione del fatto che il trust non determina l’insorgenza di un nuovo soggetto;
– l’incidenza ai fini fiscali del ruolo del trustee . (Per una disamina più generale si rinvia a M. Lupoi, Trusts, Milano, 2001, 753; M. Bastianelli, Trust e fisco, Milano, 2014; C. Buccico (a cura di), Problematiche fiscali per l’imposizione indiretta dei trust, in Dir. prat. trib., 2016, 6, 2346; E. Vial, Il trust, tipologia e disciplina fiscale, Verona, 2013), teso all’esercizio di un mero controllo sui beni in virtù di un’attribuzione patrimoniale che deve essere intesa come un’intestazione formale, priva di alcun incremento reale e concreto di ricchezza. “Il trustee…esercita responsabilmente ogni facoltà e potere connessi al diritto oggetto del trust perché tale diritto è suo ed egli, perciò, risponde (nel modello inglese) personalmente e illimitatamente per ogni obbligazione assunta. Non vi è distinzione di titolarità o di soggettività fra il trustee e il patrimonio stesso. Con un’ulteriore conseguenza: che nel trust non si pone mai un problema di alterità giuridica fra il trustee e la funzione perseguita dal trust e quindi, per esempio, di necessità di autorizzazioni”.
È allora evidente che trattandosi di una titolarità dei diritti di proprietà (attenzione non proprietà piena come già chiarito) del trustee, per esercitare i quali non ha bisogno dell’autorizzazione di nessuno, avendo ricevuto in anticipo le direttive con l’atto istitutivo non può parlarsi di soggettività del trust visto che quest’ultimo non è che un coacervo di beni soggetti al diritto dominicale del trustee ma solo obbligatorio.
Esito: Rigetta gli appelli dell’Ufficio
Riferimenti normativi:
Art. 23 Cost.
Art. 53 Cost.
Art. 2740 c.c.
Art. 73 del TUIR
Art. 2, comma 47, D.L. n. 262/2006
D.Lgs. n. 346/1990

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I concorsi di bellezza degli investitori istituzionali.

Gli investitori istituzionali vengono identificati come “smart money”, concetto da contrapporre al “dumb money” (noialtri). Intelligenti contro stupidi insomma. Anzi viene continuamente ripetuto che dovremmo prendere decisioni di investimenti ispirate il più possibile a quelle degli infallibili investitori istituzionali. Purtroppo una ulteriore evidenza accademica sembra infrangere nuovamente questo mito.

Cosa accade infatti abitualmente? Gli investitori istituzionali impiegano molto tempo nella selezione dei gestori ai quali affidare la gestione di “porzioni” del portafoglio, ad esempio affido a tizio la gestione dell’azionario USA (i c.d. mandati). La selezione (e la supervisione) viene affidata a comitati interni spesso assistiti da ben remunerati consulenti esterni. Le selezioni culminano in qualcosa che ricorda la finale di un concorso di bellezza, i finalisti (i gestori) ora hanno l’occasione della vita; assistiti da presentazioni PowerPoint accattivanti possono dare sfoggio delle loro competenze e caratteristiche esclusive.

In Choosing Investment Managers (https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3651476) Amit Goyal (University of Lausanne; Swiss Finance Institute), Sunil Wahal (Arizona State University (ASU) – Finance Department) e M. Deniz Yavuz (Purdue University – Krannert School of Management), analizzano come le finali di questi “concorsi di bellezza” siano effettivamente assai influenzate dai pregressi rapporti personali che i selezionatori hanno con i selezionati. Del resto cosa potrebbe aiutare maggiormente un candidato a vincere un concorso di bellezza che conoscere il giudice?

Due fattori giocano un ruolo determinate nella selezione dei gestori: le performances passate di questi ultimi e l’esistenza di relazioni personali pregresse. Però poi cosa accade?Le performaces dei gestori, una volta selezionati, risultano inferiori a quelle dei gestori scartati (o licenziati proprio a causa delle performances inferiori alla media di categoria); questo è un fenomeno ampiamente discusso, analizzato e validato accademicamente: come in una folle rincorsa i gestori scartati fanno meglio di quelli appena ingaggiati e viceversa sollevando pertanto molti dubbi sulla effettiva utilità dell’attività (spesso remunerata a peso d’oro) dei consulenti esterni incaricati di selezionare i gestori.

Inoltre i rendimenti dei gestori selezionati in forza di pregresse e consolidate relazioni sono indistinguibili da quelle dei gestori privi di relazioni con l’investitore istituzionale. Ovvero godere di una forte relazione aiuta certamente il gestore ad ottenere il mandato ma non aiuta in alcun modo l’investitore ad ottenere rendimenti maggiori.

Pertanto questo studio (Choosing Investment Managers) dovrebbe essere sempre presente sulla scrivania di chi la responsabilità di investire il denaro istituzionale, al fine di ottimizzare e canalizzare le energie solo dove è ragionevole attendersi del valore e solo dove ci siano chiare evidenze scientifiche ed accademiche.

Luca Cirillo | Empowering Investors

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Un bel racconto è anche un buon investimento?

Se recentemente ti è capitato di sfogliare una rivista dedicata agli investimenti finanziari ci sono buone probabilità che ti sia imbattuto in almeno un articolo dedicato al “theme investing”, ovvero agli investimenti tematici: la robotica, la salute, le energie rinnovabili e le criptovalute vanno particolarmente di moda in questo periodo.

In questi articoli, molto convincenti, viene descritto come l’adozione di queste nuove tecnologie sia un trend inevitabile sul quale è opportuno, come investitori, capitalizzare: “l’adozione della robotica su vasta scala”, “veicoli elettrici”, “ricerca sulla genetica”, “shift demografici”.

Delle storie convincenti sono certamente anche buoni investimenti? Non necessariamente.

Cosa può andare per il verso sbagliato?

Gli investimenti tematici sembrano una grande idea: prendere profitto da macro trend apparentemente inevitabili ma chi intende investire in questi trend deve poter vincerecontemporaneamente, tre scommesse per ottenere i risultati sperati:

  1. Il macro trend deve andare nel verso sperato.
  2. Le società presenti nel proprio portafoglio “tematico” devono beneficiare significativamente di questo trend.
  3. I prezzi dei titoli “tematici” non devono riflettere completamente le potenzialità del trend nel momento in cui vengono acquistati.

La prima scommessa è apparentemente quella più facile e, purtroppo, le valutazioni da parte della maggioranza degli investitori si fermano qui.

Ad esempio alla fine degli anni ’90 gli investitori erano “impazziti” per le azioni internet. La storia era molto avvincente: la trasformazione dell’economia come la conosciamo grazie alle società internet. La storia si è rivelata essere vera, solo che il timing fu sbagliato, la transizione ha richiesto molto più tempo del previsto e questo non ha consentito alla maggior parte degli investitori di trarne beneficio, anzi.

Una bella idea ma una difficile applicazione

E’ fuorviante dare per scontato che tutte le azioni presenti nel portafoglio tematico (fondo o ETF che sia) siano ben posizionate per beneficiare pienamente del trend. Infatti è molto difficile individuare società che siano specializzate interamente nel prodotto o servizio caratteristico del tema che si desidera “cavalcare”. Facciamo un esempio, la blockchain: molte società presenti nei fondi tematici blockchain sono nomi come AT&T, Microsoft, Amazon. Possiamo davvero credere che il tema blockchain sia una componente significativa del business complessivo di queste società? Un eventuale positivo trend di questa nuova tecnologia avrà un impatto marginale sull’andamento di quelle azioni.

Il mercato “prezza” correttamente il trend?

Anche se un trend dovesse avere l’andamento sperato dall’investitore questo non necessariamente si tradurrà in rendimenti superiori rispetto a quelli di mercato (quelli ottenibili investendo in un indice diversificato, per intenderci). Del resto, i macro trends non sono certo un segreto. Se ne sei a conoscenza tu è certo che li conoscano tutti gli altri. Ottenere dei “sovra rendimenti” in queste circostanze è una impresa titanica, significherebbe riuscire ad individuare dei settori e delle società con potenzialità delle quali ancora il mercato, ovvero analisti, società e fondi di investimento, gestori ultra-specializzati non si sono ancora accorti. Occorrerebbe essere il più bravo (fortunato?) di tutti.

La maggior parte dei fondi (ed ETF) tematici falliscono

Data la difficoltà di azzeccare contemporaneamente tutte le scommesse di cui sopra è evidente che è un’impresa molto difficile cavalcare un trend ed ottenere risultati superiori a quelli medi di mercato. Solo il 49% dei fondi tematici presenti nel 2009 è sopravvissuto nel 2020, e di questi solo il 26% ha battuto l’indice azionario globale (nello specifico il MSCI World Index). Pertanto, le probabilità di azzeccare “ex-ante” un fondo “vincente” sono pari all’11,7% (45%*26%).

Rischi specifici

Inoltre, è importante essere ben consapevoli dei rischi che si corrono. Ad esempio, una nuova tecnologia può richiedere un tempo ben superiore a quello previsto prima di essere adottata; la competizione potrebbe diventare esasperata ed erodere i profitti, oppure le autorità di controllo potrebbero voler regolamentare un certo settore innovativo. C’è insomma il rischio di pagare troppo, oggi, il biglietto per partecipare alla corsa di un trend potenziale.

Controlla attentamente le partecipazioni del fondo

Controllare come sia costruito il portafoglio nel quale si intende investire ha una enorme importanza. E’ opportuno controllare i criteri di costruzione del portafoglio. Tutte le azioni beneficeranno del trend? Ad esempio, un fondo tematico sull’Intelligenza Artificiale (IA) potrebbe avere al suo interno azioni Amazon, Netflix, Spotify, società che certamente impiegano l’IA, ma a determinare il successo di queste azioni saranno sicuramente le abitudini di consumo dei clienti (ed eventuali loro modifiche), in misura ben superiore agli effetti della effettiva adozione dell’IA. Ad influenzare l’andamento del portafoglio tematico diventano quindi fattori ben diversi da quelli che l’investitore aveva previsto inizialmente.

Ora, spero, hai qualche strumento in più. Ma sei comunque convinto di poter azzeccare tutte e tre le scommesse per cavalcare un trend?