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Per 8 italiani su 10 il mattone resta il porto sicuro, ma ci sono rischi e costi

Il mattone continua ad essere percepito dagli italiani come un porto sicuro: 8 italiani su 10 lo considerano un investimento affidabile. È quanto emerge dalla ricerca condotta da Nomisma per conto di T. Rowe Price, su un campione rappresentativo di famiglie residenti fra Milano, Roma, Napoli e altre province d’Italia[1], che è stata presentata alla conferenza: “Cedola vs mattone: dove va la vera redditività”, in occasione della tredicesima edizione del Salone del Risparmio.

In particolare, per il 48% degli intervistati l’acquisto di una casa è sempre un investimento conveniente da fare, mentre il 36% è convinto che sia meglio l’acquisto di un immobile da destinare all’affitto e il 39% che le rendite da immobili garantiscano sempre un ritorno economico sicuro. Fra gli italiani che possiedono case date in affitto, il 38% si dichiara soddisfatto della rendita percepita e il 31% è molto soddisfatto.

D’altra parte, secondo una fotografia di Banca d’Italia, il 53% della ricchezza netta di una famiglia media italiana è immobiliare abitativa: il 70,5% degli italiani possiede la prima casa e il 13,5% ne possiede almeno una seconda.

“La casa molte volte è considerata come un salvagente in caso di difficoltà, quindi, dovrebbe essere considerata un asset patrimoniale, non soltanto il luogo in cui si vive” – sottolinea Donato Savatteri, Head of Southern Europe di T. Rowe Price.

La casa, che sia la propria abitazione o che venga messa a reddito, non va infatti pensata come un bene a sé stante, ma come parte di un patrimonio finanziario. Questo discorso vale anche per la prima casa, dato che il suo acquisto ha implicato un trasferimento ed una immobilizzazione di denaro, quindi implicitamente una scelta di investimento di lungo periodo.

Dalla ricerca emerge che il 56% di chi acquista un immobile intende utilizzarlo come prima casa. Ma chi ha intenzione di acquistare una casa per investimento, da affittare a terzi, lo fa soprattutto per percepire un reddito aggiuntivo, ovvero un’entrata economica sicura ogni mese. Più di sei italiani su dieci che hanno intenzione di acquistare un immobile per investimento sono inoltre fiduciosi di riuscire a recuperare il capitale iniziale investito.

Ma è sempre così? Un immobile, che sia prima o seconda casa, è esposto a rischi e a costi da non sottovalutare: l’introduzione di nuove leggi e regolamenti come avvenuto, per esempio, con le norme contro lo spopolamento dei centri storici a Parigi per scoraggiare gli affitti brevi. Da non trascurare, inoltre, il rischio che venga reintrodotta la tassa di successione anche in Italia, come attualmente in vigore in altri paesi europei. L’immobiliare resta, infine, un investimento non immediatamente liquidabile – per il 41% del campione ci vogliono più di 6 mesi per vendere – oltre ad essere esposto al rischio dei tassi di interesse se l’acquisto è effettuato grazie a un mutuo.

Per un immobile di proprietà oltre ai tempi di liquidazione c’è il problema della valutazione, che avviene solo al momento della compravendita, e una serie di costi in acquisto che vanno dalla tassazione (IMU seconda casa) all’imposta di registro, fino ai costi di intermediazione e notarili. Sulla locazione gravano, oltre ai costi di intermediazione, i rischi legati all’elevata morosità (ogni anno il 50% delle locazioni non viene onorato con regolarità) e all’impossibilità di prevedere le spese straordinarie.

Sulla tenuta del mercato immobiliare nel lungo periodo incidono, infine, anche fattori demografici con rischi di uno squilibrio fra offerta e domanda derivanti dalla crescita negativa della popolazione italiana. Istat stima un tasso di decrescita medio della popolazione italiana del 2,5% al 2030, visto peggiorare al 3,3% al 2050.

Lo studio condotto da T. Rowe Price e Nomisma evidenzia inoltre che, negli ultimi dieci anni, solo la piazza di Milano ha visto l’immobiliare in forte crescita. Lo stesso non si può dire di altre città come Roma e Napoli che, pur in recupero, restano lontani dalle quotazioni del 2012.

“Per investire con soddisfazione nell’immobiliare occorre acquistare nei grandi centri economici che crescono o nelle città d’arte perché tutto il resto è esposto a rischi, non ultimo quello demografico che è una considerazione che chi compra oggi non tiene in conto” – ha commentato Luca Dondi, CEO di Nomisma. “Occorre comprare in aree dove l’immobile è un bene scarso”.

“Milano è una città che cresce 4-5 volte quanto cresce l’Italia e che attira investimenti esteri, tenendo alte le quotazioni. La città meneghina segue le logiche di altre città europee ed internazionali. Le tendenze di altre città primarie come Roma e Napoli sono invece più simili a quelle di città secondarie come Livorno, Taranto e Novara, ovviamente con prezzi diversi” – ha aggiunto Dondi.

“Il grande interesse per il mercato immobiliare non è una sorpresa – continua Savatteri. Tuttavia, andrebbe considerato all’interno di un portafoglio diversificato assieme ad altri strumenti del mercato mobiliare”. In questo contesto, l’investimento nei fondi obbligazionari a cedola può risultare sinergico a quello immobiliare, rivelandosi particolarmente adatto proprio ad un portafoglio sbilanciato sul mattone, come quello fotografato dallo studio, dove gli immobili pesano mediamente per il 55% del patrimonio”.

“Sempre in ottica di diversificazione e di efficientamento del proprio portafoglio, l’investimento in un fondo permette una più facile “manutenzione” e una maggiore flessibilità, in quanto il fondo è sempre immediatamente liquidabile” – conclude Savatteri.

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La disinflazione prosegue… ma attenzione alla “core”

Il dato di inflazione statunitense relativo al mese di marzo ha fornito segnali in linea con il prosieguo del calmieramento del processo di disinflazione in atto, supportando maggiormente l’ipotesi che la Federal Reserve possa essere davvero prossima al raggiungimento del picco dei rialzi dei tassi di interesse.
• L’inflazione negli Stati Uniti è cresciuta a marzo al ritmo del 5,0% a/a, mostrando un calo significativo dal livello del 6,0% a/a registrato a febbraio e rallentando leggermente oltre le attese, che vedevano un calmieramento della crescita dei prezzi al ritmo del 5,1% a/a.
• A contribuire al calo dell’inflazione è stata soprattutto la componente energia, che ha beneficiato di un effetto base favorevole, dato che i prezzi energetici si sono ampiamente ridotti rispetto ai livelli raggiunti un anno fa dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino.
• È rimasta invece sostenuta, seppur in lieve calo, la dinamica di crescita dei prezzi dei servizi ex energia, aumentati al ritmo del 7,1% a/a dopo il 7,3% di febbraio. Tale dinamica ha determinato, in controtendenza ma come da attese, una lieve riacelerazione nell’andamento tendenziale dei prezzi core.
L’inflazione di fondo (al netto di alimentari ed energia) è cresciuta infatti al ritmo del 5,6% su base annua, in lieve rialzo dal 5,5% a/a di febbraio, un ritmo superiore a quello di crescita della misura headline per la prima volta dal gennaio 2021.
• I dati mensili hanno mostrato una decelerazione del ritmo di crescita congiunturale sia della misura headline che core dell’inflazione, la prima cresciuta solo dello 0,1% m/m (meno delle attese, 0,2%) dopo la variazione dello 0,4% m/m di febbraio, e la seconda dello 0,4% (come da attese) dallo 0,5% precedente.
• A confermare la dinamica disinflattiva in atto sono giunti anche i dati relativi alla crescita dei salari orari reali, che si sono ridotti dello 0,7% a/a, ad un ritmo, tuttavia, inferiore alle attese che prevedevano una riduzione del -1,3% a/a

LA REAZIONE DEI MERCATI OBBLIGAZIONARI
• A seguito della pubblicazione del dato relativo al CPI USA, i mercati obbligazionari hanno reagito in modo deciso: si è assistito ad una diminuzione dei rendimenti sui Treasury a 2 anni e 10 anni attorno ai 10bps, con una riduzione leggermente più marcata sulle scadenze più
brevi.
• Leggero calo per le aspettative relative al prossimo rialzo dei tassi da parte della Fed, che prezzano ora con una probabilità del 70% un rialzo di 25bps a maggio rispetto al 75% scontato fino a ieri. Il mercato si attende il picco dei tassi a giugno, con un terminal rate al 5%.
• Alla luce dell’aggiornamento sull’andamento dell’inflazione, si conferma il posizionamento di sovrappeso sul comparto obbligazionario governativo statunitense nell’ambito di un approccio molto positivo sull’asset class obbligazionaria.

LA REAZIONE DEI MERCATI AZIONARI
• I dati CPI USA di marzo, in particolare la discesa superiore alle attese del dato headline, hanno avuto un impatto positivo sui mercato azionario.
La possibilità che l’inflazione possa scendere ad un ritmo più veloce del previsto potrebbe infatti favorire le società quotate. In primo luogo, potrebbe spingere la Fed ad avere un orientamento di politica monetaria meno restrittivo, con conseguente aumento della liquidità e contemporanea riduzione dei tassi a cui vengono scontati i flussi di cassa futuri. In secondo luogo, potrebbe impattare positivamente sui margini di profitto, riducendo le pressioni dal lato dei costi a fronte di prezzi di vendita ancora sostenuti dalla tenuta della domanda.
• Le prospettive dei profitti aziendali nei prossimi mesi rimangono, tuttavia, molto incerte. L’inizio della stagione delle trimestrali di Q1 ’23 in calendario venerdì 14 con la pubblicazione dei dati di alcune tra le principali banche del paese (JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo) fornirà maggiori indicazioni, ma gli analisti sono ormai diventati scettici per i timori di un rallentamento dell’economia. Per Q1 gli analisti si attendono una contrazione dell’EPS del 6,8% contro -0,3% stimato il 31 dicembre 2022. Per l’intero 2023 le stime sono per una crescita dell’1,2% contro il +4,5% pronosticato alla fine dello scorso anno. Le stime annue presuppongono tuttavia un netto miglioramento della redditività aziendale nella seconda parte dell’anno, scenario che contrasta con le attese di rallentamento della crescita economica . Questa divergenza aumenta il rischio di ulteriori revisioni al ribasso degli utili attesi nei prossimi mesi.
• Nel breve, quindi, gli investitori potrebbero restare cauti sull’azionario, nell’eventualità di una revisione al ribasso degli utili a fronte di quotazioni ancora elevate: il P/e forward dello S&P500 è a 18x, contro una media degli ultimi 10 anni di 17,3x. Si mantiene, quindi, un orientamento di leggero sottopeso sull’azionario statunitense in un contesto di neutralità sull’asset class azionaria.

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DEUTSCHE BANK: TUTTA UN’ALTRA STORIA!

UN CROLLO SENZA MOTIVI APPARENTI

• Le azioni di Deutsche Bank hanno accusato lo scorso venerdì 24 marzo un ribasso dell’8,5% dopo essere arrivate a perdere nel corso di una seduta molto volatile oltre il 15%. Lo stesso giorno la banca tedesca ha visto i suoi CDS (credit default swap) salire con un certo vigore.
• Il CDS è un derivato di natura creditizia che protegge il suo detentore dal rischio di fallimento (default) dell’emittente oggetto del CDS. Su Deutsche Bank ci sono due tipi di CDS: uno che fa riferimento al debito senior e uno al debito subordinato. Nello specifico, venerdì il CDS senior a 5 anni è salito di +24bps (da 180bps a 204bps); quello subordinato di +30bps (da 488bps a 518bps). Gli eventi negativi relativi al fallimento della SVB negli USA e al salvataggio di Credit Suisse da parte di UBS avevano portato tutto il settore bancario ad un allargamento degli spread creditizi ma, con il movimento di venerdì, quelli di Deutsche Bank sono tornati sui massimi degli ultimi anni.
• Anche se il ribasso delle azioni e l’allargamento degli spread non sono stati determinati da notizie specifiche sulla maggiore banca tedesca ma dalle tensioni che continuano a penalizzare il settore e dai timori che Deutsche Bank possa essere la prossima vittima della speculazione a livello internazionale, questo ha portato i titoli obbligazionari
dell’emittente, senior e subordinati, a scendere di prezzo. Le tensioni di venerdì sul mondo bancario tedesco (le azioni diCommerzbank sono arretrate del 6,6%) sono state alimentate dalla decisione a sorpresa di due banche regionali, Pfandbriefbank e Aareal Bank, di non esercitare l’opzione call per il rimborso di due bond AT1, infrangendo un tabù di mercato.
• Deutsche Bank, invece, ha come da consuetudine rimborsato lo stesso venerdì un bond Tier2 con scadenza 2028 e controvalore di USD 1,5 miliardi che quotava sotto la pari. Un’operazione che di per sé non può essere considerata un motivo di tensione ma al contrario avrebbe dovuto rassicurare sulla solidità della banca.

Le tensioni si sono concentrate su Deutsche Bank per i timori che la fase di ristrutturazione iniziata nel 2019 non si sia ancora conclusa, lasciando nell’attivo di bilancio della banca asset problematici.
Diversi sono gli elementi che potrebbero avere pesato sul sentiment degli operatori verso la banca:

✓ l’esposizione verso il settore del Commercial Real Estate, ed in particolare quello statunitense, considerato uno dei più a rischio nel panorama finanziario in uno scenario di rialzo dei tassi e rallentamento delle spese personali. Tuttavia tale esposizione, pari a circa il 7% del libro prestiti (EUR 33 miliardi), è inferiore alla media del settore e sembra essere gestibile, considerando che la banca ha già comunicato di avere in programma di aumentare il livello degli accantonamenti.

la forte esposizione al mercato dei derivati OTC, con un controvalore nozionale di USD 42,5 mila miliardi, di cui USD 13,1 mila miliardi non regolamentati da casse di compensazione. Si tratta, tuttavia, di una posizione decisamente inferiore a quelle del 2007 e in linea con la media del settore.

La posizione di 9,6 miliardi di euro di Level 3 asset (livello secondo in dimensione solo a JP Morgan). I Level 3 sono asset finanziari considerati illiquidi e difficili da valutare. Non hanno un prezzo di mercato e per questo derivano il loro valore da modelli di valutazione. A favore però c’è il fatto che, nell’ultimo rapporto annuale, la banca tedesca ha fatto disclosure sulle valutazioni dei Level 3 asset mostrando un buon turnover nel portafoglio, rassicurando, in questo modo, un po’ gli investitori.

• Dove Deutsche Bank sembra più vulnerabile rispetto alla media degli istituti bancari europei è sui costi di finanziamento. Gli AT1 di DB oggi costituiscono il 2,4% delle attività ponderate per il rischio, contro una media del settore bancario del 2,2%.
• L’azzeramento di settimana scorsa dell’AT1 di Credit Suisse sta portando gli investitori del credito a chiedere premi di rischio più elevati. Infatti, i costi di finanziamento stanno aumentando per tutto il settore bancario anche se i ratio patrimoniali di DB non sono così disallineati rispetto al settore anzi, l’emittente in oggetto ha migliorato il suo profilo finanziario negli ultimi anni.
• Il coefficiente CET1 è al 13,4% a fine 2022 e, nell’ultimo anno, la banca ha registrato un ROTE (Return on Tangible Equity) del 9%, oltre al fatto che tutte le sue divisioni di core business sono redditizie (ciò differisce dalla situazione in cui versava Credit Suisse).
• Si riporta di lato per comparazione la tabella con i principali indicatori di capitale del settore bancario europeo con evidenziati i ratio della banca tedesca.

GIUDIZIO BUY CONFERMATO
Sulle azioni e obbligazioni di Deutsche Bank si ha un giudizio positivo e al momento non sono emerse notizie reali tali da portare a rivedere tale valutazione.
• Il calo della scorsa settimana, infatti, non è in linea con una posizione di bilancio che sembra mettere la banca al riparo da rischi eccessivi.
• A fine 2022 la banca presentava un liquidity coverage ratio del 142%, con EUR 219 miliardi in attività liquide di alta qualità (EUR 64 miliardi sopra il limite). Anche i ratio patrimoniali (CET1 al 13,4% e loan to deposit ratio al 74%) sono considerati conservativi. La base dei depositi, inoltre, si è dimostrata solida in passato, con le turbolenze del 2015 – 2018 che hanno causato una contrazione limitata al 3% annuo dei depositi.
• Nell’anno in corso la banca dovrebbe emettere bond per un controvalore di EUR 13–18 miliardi (circa il 13% dell’ammontare emesso totale), di cui EUR 4 miliardi già completati.
• Per quanto Deutsche Bank sia stata accostata a Credit Suisse dopo il calo di venerdì 24 si ritiene che la posizione delle due banche sia molto diversa.
La principale differenza è che, al contrario di Credit Suisse che ha registrato una perdita netta sia nel 2021 (CHF 1,572 miliardi) sia nel 2022 (CHF 7,293 miliardi) ed è attesa registrare un risultato negativo anche nell’anno in corso, Deutsche Bank è stata profittevole negli ultimi 3 anni e anche nel 2023 dovrebbe registrare un risultato positivo.
• Per il 2023, la banca ha comunicato una guidance per ricavi a EUR 28- 29 miliardi (in linea con il target al 2025 di ricavi sopra EUR 30 miliardi), con costi allo stesso livello del 2022 (EUR 20,4 miliardi). Il costo del rischio dovrebbe essere di 25-30 bps. La stima di consensus è per unutile netto reported superiore a EUR 4 miliardi nel 2023.

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Outlook settimanale

Le previsioni dei principali organismi internazionali per il 2023 continuano a non stimare una recessione ma un rallentamento della crescita globale, che comunque sembra prospettarsi meno marcato di quanto precedentemente atteso. L’inasprimento delle politiche monetarie sinora intrapreso dalle principali banche centrali e il calmieramento nei prezzi delle commodities dovrebbe condurre ad un processo di progressiva disinflazione. Tuttavia, in alcuni Paesi, la riduzione delle pressioni inflattive potrebbe non essere lineare ed essere rallentata da una crescita economica più resiliente delle attese, da un mercato del lavoro solido e da conseguenti rivendicazioni salariali più aggressive del previsto. Il processo di progressiva disinflazione indurrà le banche centrali a rallentare nel ritmo prospettico di rialzo dei rispettivi tassi di riferimento, conducendo al graduale esaurimento delle politiche monetarie restrittive.

AZIONARIO

In uno scenario di inflazione vischiosa e di politiche monetarie che rimarranno restrittive più a lungo, l’attività economica si sta dimostrando resiliente in particolare trainata dal settore dei servizi. A livello macroeconomico le attese di trimestri di possibile recessione si stanno spostando più avanti nel tempo fino a superare anche la fine del 2023. Sebbene a livello microeconomico, dopo la pubblicazione dei dati del 4Q22 gli analisti abbiano rivisto al ribasso le stime degli utili, in particolare negli USA, le variazioni attese per il 2023, seppur contenute, rimangono ancora positive.

In Europa l’EPS dovrebbe crescere dello 0,7%, mentre negli USA del 2,2%. Il maggiore rischio per i mercati azionari sembra essere rappresentato da una prosecuzione del processo di revisione al ribasso delle stime sugli utili da parte degli analisti, che potrebbe aumentare lo scetticismo sulle prospettive dell’asset class. Il permanere dell’inflazione su livelli elevati potrebbe andare a colpire i margini di profitto delle società, in linea con quanto già visto nell’ultimo trimestre del 2022. Pur in un conteso di possibile volatilità dei mercati azionari si mantiene un posizionamento neutrale sull’asset class azionaria.

OBBLIGAZIONARIO

A fronte del re-pricing delle aspettative degli operatori sulle future mosse di politica monetaria della Fed e dell’ECB nel corso del prossimo futuro, si prevede anche per il mese di marzo un contesto macroeconomico caratterizzato da una relativa stabilizzazione dei rendimenti su livelli attuali. Pertanto, in linea con prospettive più favorevoli.

LIQUIDITA’

Le opportunità di investimento attualmente offerte dall’asset class obbligazionaria e il progressivo miglioramento dell’asset class azionaria, consigliano di ridurre in modo significativo le riserve di liquidità. Il posizionamento viene confermato a deciso sottopeso.

COMPARTI AZIONARI
L’attuale contesto sui mercati azionari globali spinge a favorire una adeguata diversificazione di stili d’investimento, implementata nel Fund Strategy attraverso la selezione di una strategia Growth, una Blend e una High Dividend. Medesimo approccio sul mercato azionario europeo, dove si privilegiano strategie Blend e con un tracking error contenuto, così da poter inserire esposizioni “core” all’interno dei portafogli degli investitori. Lato mercati azionari emergenti, le attese per un movimento laterale o per un possibile deprezzamento del USD, consentono di riposizionarsi sul segmento specifico.

COMPARTI OBBLIGAZIONARI
A differenza di quanto accaduto nell’ultima decade, a causa prima dei rendimenti negativi e poi dell’azione decisa delle banche centrali, il contesto che gli investitori si trovano ad affrontare spinge ad approcciare il segmento obbligazionario in modo costruttivo. Le aspettative sull’andamento dei tassi di riferimento consentono di riposizionarsi su strategie “core”, diversificando rispetto al focus sul bucket 1-3 anni che ha caratterizzato la selezione negli ultimi trimestri. Le migliori opportunità si riscontrano sul debito societario di qualità in Euro. La ritrovata neutralità sul debito High Yield consente di approcciare nuovamente il segmento, attraverso una strategia con un focus sul rating BB/B. Si riduce il peso sul debito in valuta estera, in virtù delle attese di movimento laterale o possibile deprezzamento del USD. Da qui l’indicazione delle classi a cambio coperto. Infine, si conferma l’esposizione verso il debito emergente governativo, ampliandola anche al debito in valuta forte.

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Silicon Valley Bank

In questo particolare passaggio storico le Banche Centrali si trovino a perseguire un difficile equilibrio tra i diversi obiettivi di politica monetaria. Se da una parte infatti vi è la necessità di stabilizzare i prezzi e quindi tenere sotto controllo l’inflazione, dall’altra occorre assicurare la stabilità dei mercati finanziari, in quanto gli aumenti repentini dei tassi ed il drenaggio della quantità di moneta in circolazione possono determinare lo scoppio di bolle e crisi di liquidità / liquidabilità di assets.

La notizia del fallimento della Silicon Valley Bank è proprio figlia di questo impervio passaggio storico. La Silicon Valley Bank è la sedicesima banca americana per dimensione, con 209 miliardi di dollari di attivi e 175,4 miliardi di dollari di depositi. La notizia è stata un vero e proprio shock per i mercati, riportando alla mente le conseguenze del fallimento bancario di Washington Mutual del 2008.

La paura di contagio ha peraltro spinto il Board della Federal Reserve, insieme al segretario al Tesoro Janet Yellen, ad annunciare azioni per proteggere e garantire tutti i depositi dei clienti di Silicon Valley Bank e di Signature Bank, con il Governo USA che metterà a disposizione ulteriori finanziamenti in favore di altre istituzioni in crisi e un nuovo programma di supporto (Bank Term Funding Program) del sistema bancario.

Alla luce di quanto sta accadendo tra le banche americane, e di riflesso sulle banche globali, riteniamo sia importante ricordare ancora una volta la posizione privilegiata che gode Banca Generali nel panorama di settore. Non solo per qualità e resilienza del modello di business, ma anche per solidità e prudenza della propria posizione patrimoniale, stabilità della raccolta e portafoglio di attivi.

Tutti i ratio patrimoniali della Banca segnalano una situazione superiore alla media del sistema bancario italiano e ben al di sopra dei limiti regolamentari stabiliti. Ma come ci siamo detti più volte non è solo un tema di livelli dei ratio ma bensì di qualità della raccolta e degli impieghi: il passivo dello stato patrimoniale, la raccolta, è costituita per la quasi totalità da depositi (€15 miliardi), senza rischi di concentrazione rilevanti; l’attivo è caratterizzato da circa 12 miliardi di portafoglio titoli, con oltre il 90% eleggibile presso la BCE, una duration complessiva di poco superiore ad 1 anno con circa 4 miliardi in scadenza entro i prossimi 24 mesi. Il portafoglio crediti è di circa 2,5 miliardi principalmente costituito da finanziamenti controgarantiti, con oltre 4 miliardi di collaterale.

La fotografia di Banca Generali restituisce pertanto un quadro esattamente opposto alla situazione patrimoniale ed economica che ha preceduto la crisi di Silicon Valley Bank.

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Euro High Yield Short Duration

Beneficiando di una curva piatta, esposizioni a breve termine permettono di inserire oggi in portafoglio rendimenti che vanno dal 4.50% del credito aggregate europeo ad oltre il 7% del credito High Yield in EUR.

Nel dettaglio il credito Europeo Investment Grade offre opportunità poiché:

o   Offre spread più interessanti rispetto al corrispettivo americano;

o   Le società vantano bilanci solidi (elevati livelli di liquidità, bassa necessità di funding e alto coverage degli interessi) non in linea con i default impliciti scontati dai mercati.

Al credito EU IG è possibile affiancare un freno e/o un acceleratore di rendimento: per il cliente meno ambizioso, l’obbligazionario aggregate a breve termine permette di beneficiare di una curva piatta (YTM di oltre 3.5% e duration inferiore all’anno).

Per il cliente più ambizioso, il credito europeo High Yield a breve termine permette di accelerare i rendimenti (YTM di oltre 7%) mantenendo un’esposizione alla durata bassa (inferiore a 2 anni).

Per informazioni sulla possibilità di investire in credito europeo High Yield a breve termine compilare il form in basso.

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Cosa è il Fair Value

Il value investing o investimento orientato al valore è una tecnica d’investimento basata sull’acquisto di titoli che, secondo un’analisi fondamentale, risultano valere più del prezzo al quale sono scambiati in borsa. La differenza tra il valore ritenuto e il prezzo di mercato è detta margine di sicurezza.

Questa tipologia di investimento deriva dai concetti che Benjamin Graham e David Dodd iniziarono a insegnare alla Columbia Business School nel 1928 e in seguito svilupparono nel loro testo Security Analysis, pubblicato nel 1934. Il value investing ha dimostrato di essere una tecnica di investimento di successo, avvalorato da numerosi studi accademici.

Il più celebre tra gli allievi di Graham è proprio Warren Buffett. Per usare le sue parole, la filosofia d’investimento è basata su un semplice concetto: “Il prezzo è quello che paghi, il valore è quello che ottieni.

 

fair value

Vuoi investire sui mercati finanziari con questi stessi principi? Il mio studio dispone di un ampio ed aggiornato database con i principali indicatori dedicati al Value Investing.

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Il Value Investing

Il value investing è una strategia di investimento che si concentra sull’acquisto di azioni di società che il mercato valuta a un prezzo inferiore al loro valore intrinseco. Gli investitori che utilizzano questa strategia cercano di trovare aziende sottovalutate dal mercato, che hanno un solido modello di business, una gestione efficiente e prospettive di crescita a lungo termine.

Il value investing si basa sulla teoria che il mercato a volte valuta le aziende in modo sbagliato, per motivi temporanei o non direttamente collegati alle effettive prospettive dell’azienda stessa. L’obiettivo del value investing è di identificare queste aziende sottovalutate e acquistare le loro azioni a un prezzo inferiore rispetto al loro valore reale.

Gli investitori value cercano di minimizzare i rischi dell’investimento attraverso una rigorosa analisi fondamentale dell’azienda e del suo mercato, al fine di determinare il suo reale valore intrinseco. Una volta identificata un’azienda sottovalutata, l’investitore value acquista le sue azioni e le detiene a lungo termine, in attesa che il mercato riconosca il loro valore reale e il prezzo delle azioni aumenti.

In sintesi, il value investing è una strategia di investimento che si concentra sull’acquisto di aziende sottovalutate dal mercato, con l’obiettivo di realizzare un guadagno quando il mercato riconosce il loro vero valore.

Questa cartina rappresenta in punti vendita in USA di una nota catena presente in tutto il mondo. Sapresti indovinare quale?

value investing

 

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Commento settimanale

La settimana passata il mercato americano è stato caratterizzato da dati macroeconomici di un certo rilievo. Innanzitutto l’uscita del S&P Global US PMI che, nella parte servizi, ha battuto le aspettative uscendo a 50,5 rispetto alle attese di 47,3. Poi, l’indice dei prezzi core PCE, misura dell’inflazione preferita dalla Fed, ha mostrato un rallentamento meno marcato delle aspettative (4,3% da 4,7%, contro attese al 3,9%). Da ultimo, le spese personali: +1,8% rispetto all’+1,4% previsto.

La forza dei dati ha indotto gli operatori a stimare un rialzo del picco dei Fed Fund a luglio 2023 che si è portato da 5,28% a 5,40%. Tali variazioni hanno condizionato al rialzo l’andamento dei rendimenti obbligazionari e determinato performance nel complesso negative per il comparto.

Infatti, negli Stati Uniti il rendimento del Treasury a dieci anni è passato dal 3,81% al 3,94% (+13bps), mentre quello a due anni è salito di 20bps, portandosi al 4,81%. La dinamica ha influito marginalmente sull’inclinazione della curva, che nel tratto 2-10 anni si è ulteriormente invertita attestandosi a -87bps.

Dopo il rialzo dei tassi di 25bps operato dalla Fed a inizio mese Il mercato si attende ora un’ulteriore intervento al rialzo di 25bps per il meeting di marzo, e, come sopra accennato, un picco a luglio a 5,40% e poi una lieve discesa a 5,16% per gennaio 2024.

Al di qua dell’Atlantico, anche in Europa la settimana è stata caratterizzata dall’uscita di dati macroeconomici tra i quali, i più rilevanti, sono stati l’S&P Global PMI preliminari di febbraio. Per quanto concerne la parte manufacturing il dato è stato inferiore alle attese 48,5 vs 49,3; mentre, sul fronte servizi l’uscita di 51,3 ha battuto le aspettative di 51.

L’effetto sui rendimenti è stato che il 10 anni tedesco è salito dal 2,44% al 2,54% (+10bps); il rendimento a 2 anni si è portato al 3,03% (+15bps). L’effetto sulla curva nel tratto 10 / 2 anni è stato tale da spingerla giù a -49bps (-6bps rispetto i livelli della settimana precedente).

Per quanto concerne la periferia, il rendimento a dieci anni BTP è salito di 14bps al 4,44% e, come conseguenza, lo spread BTP Bund si è attestato a +190bps.
Per quanto attiene invece alle aspettative di rialzo per l’ECB il mercato oltre a prezzare +50bps a marzo ha portato i 25bps attesi per aprile a quasi 50bps. Poi, gli operatori stimano una successiva riduzione del ritmo di inasprimento prospettico a +25bps a partire dalla riunione di giugno, ma hanno rivisto al rialzo il picco dei tassi a settembre dal 3,58% al 3,72%.

Sulla scia dell’incremento dei rendimenti governativi si è mostrata fiacca anche la performance registrata nella settimana dal comparto corporate su ambo le sponde dell’Atlantico, sia nel comparto IG che in quello HY, con ritorni negativi.

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Fed: “Mantenere la rotta fino a quando il lavoro non sarà finito”… …ma con gradualità

La riunione dell’ultimo FOMC del 2022 si è conclusa con una decisione di rialzo dei tassi in linea con le attese: il tasso sui Fed Funds è stato
alzato di 50pb al 4,5%, confermando di fatto il passaggio ad un ritmo di inasprimento più graduale, già annunciato a novembre.
• Sebbene il comunicato stampa che ha annunciato la decisione sia rimasto praticamente invariato rispetto a novembre, e la comunicazione
della Fed, nel complesso, ha mantenuto un’intonazione hawkish, mirata a controbilanciare il messaggio implicitamente dovish associato al rallentamento del ritmo dei rialzi: non conta più la velocità dei rialzi, quanto il punto di arrivo e la durata della restrizione.
• Rappresentano un messaggio aggressivo le proiezioni dei membri della Fed sul potenziale livello di picco dei tassi («Dots») che si sono mosse verso l’alto, con un punto di arrivo tra il 5%-5,25% nel 2023. La mediana sui tassi anticipa un possibile picco a 5,1% nel 2023 e una svolta nel 2024.
• Sono emerse implicazioni complessivamente hawkish anche dall’aggiornamento dello scenario macroeconomico previsivo, che è stato modificato in relazione a tutte le variabili oggetto di analisi.
• Se da un lato le proiezioni economiche del FOMC prevedano una crescita di appena lo 0,5% alla fine del 2023 (1,2% le previsioni di settembre), il tasso di disoccupazione è visto aumentare meno di un punto percentuale, dall’attuale 3,7%, al 4,6% il prossimo anno. Come ha ribadito il presidente Powell durante la sessione di domande e risposte, l’eccesso di posizioni aperte sul mercato del lavoro deriva da una significativa carenza di competenze/manodopera qualificata. Pertanto, anche a fronte di una notevole decelerazione delle attività, le imprese sarebbero riluttanti, secondo il FOMC, a licenziare i lavoratori che hanno impiegato così tanto tempo ad assumere.

• Il riequilibrio del mercato del lavoro potrebbe dunque richiedere solo un modesto aumento della disoccupazione, pertanto è ancora possibile che
si verifichi un soft landing.
• Un altro messaggio hawkish è emerso dalle previsioni di inflazione (PCE e PCE Core) che, in maniera apparentemente controintuitiva rispetto alle evidenze di calmieramento dei prezzi emerse dagli ultimi dati di CPI, sono risultate più alte rispetto a quelle diffuse a settembre.

• Pur commentando con favore i segnali di raffreddamento dell’inflazione negli ultimi rapporti CPI, che hanno incontrato le attese del FOMC,
Powell ha esortato a non lasciarsi trasportare. L’inflazione dei beni sta calando bruscamente e una più marcata moderazione della componente alloggi dovrebbe manifestarsi ad un certo punto nel 1H2023, tuttavia l’inflazione nei servizi core non abitativi rimane elevata e non mostra al momento segnali di discesa. Sono settori ad alta intensità di manodopera e quindi una crescita salariale più lenta è fondamentale per un più veloce rientro dell’inflazione.
• A tal proposito, Powell ha ribadito che è necessaria un’ “evidenza significativamente maggiore per essere convinti che l’inflazione sia su un sentiero duraturo verso il basso”. Pertanto, la Fed ha ancora “lavoro da fare” e “manterrà la rotta fino a quando il lavoro sarà finito”.

Powell non ha fornito dettagli su come potrebbe essere distribuito l’aumento di 75 punti base necessario per portare i Fed Funds al livello preannunciato dai Dots. Il messaggio che i dati consentono un ritmo di aumento più moderato e che ciò che conta per combattere l’inflazione non è più la velocità della stretta, ma il livello massimo per quanto tempo verrà mantenuto potrebbero supportare l’ipotesi di 3 rialzi da 25 punti base.
• I tagli dei tassi nel 2023 non sono visti come una possibilità in questo momento: i membri del FOMC hanno bisogno di prove molto forti che l’inflazione sia su una convincente tendenza al ribasso prima di allentare la stretta.
• Nonostante gli operatori avessero scommesso su una comunicazione più dovish di quella che è stata utilizzata, le attese sul sentiero dei tassi implicite nei futures sui Fed Funds non sono cambiate in maniera significativa.

Come da attese, la BCE ha alzato i tassi di interesse di 50 punti base durante la sua ultima riunione di politica monetaria del 2022, rallentando
nel ritmo di inasprimento delle condizioni finanziarie, precedentemente scandito da due consecutivi rialzi da 75 punti base.
• La decisione ha portato i tassi sui depositi presso la banca centrale al 2%, i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,5% e quelli sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,75%, un livello che non si vedeva da quattordici anni.
• La novità emersa dall’incontro odierno ha riguardato l’inizio del Quatitative Tightening, attraverso la riduzione delle consistenze in titoli detenute dall’Eurosistema in ambito APP. Tale ammontare sarà ridotto ad un ritmo misurato e prevedibile, in quanto l’Eurosistema reinvestirà solo in parte il capitale rimborsato sui titoli in scadenza, ad un ritmo, in media, di EUR 15 miliardi al mese da marzo 2023 sino alla fine del 2Q2023, per essere successivamente rideterminato.
• I toni emersi dallo statement e dalle parole di Christine Lagarde alla conferenza stampa che ha seguito l’annuncio sono apparsi più hawkish delle attese: la BCE ha rallentato nel ritmo di inasprimento delle condizioni finanziarie ma è determinata a procedere in direzione restrittiva ancora a lungo.
• Il Consiglio Direttivo ha annunciato che i tassi potrebbero ulteriormente aumentare in maniera significativa a un ritmo costante per raggiungere livelli sufficientemente restrittivi da domare un’inflazione che potrebbe dimostrarsi ancora troppo elevata a lungo. Le previsioni sull’inflazione sono infatti state riviste in maniera consistente al rialzo, con
un’inflazione media che dovrebbe raggiungere l’8,4% nel 2022 (stima di settembre 8,1%) prima di scendere al 6,3% nel 2023 (a settembre la stima era per il 5,5%). L’inflazione dovrebbe quindi raggiungere una media del 3,4% nel 2024 (a settembre, 2,3%) e del 2,3% nel 2025.

LA REAZIONE DEI MERCATI OBBLIGAZIONARI
• Durante la sessione di ieri i Treasuries non hanno risposto in modo significativo al messaggio “più in alto più a lungo” del presidente della Fed Jerome Powell. Ieri il rendimento del Treasury decennale è rimasto in area 3,50%, mentre il rendimento a 2 anni è salito di circa 7pb, al 4,25%, per poi chiudere a 4,21%, sostanzialmente invariato. In leggero aumenti i rendimenti nella parte breve della curva nella seduta odierna.
• Dopo l’annuncio del rialzo dei tassi da parte della BCE il rendimento del 2 anni tedesco è salito di oltre 21pb attestandosi al 2,33% mentre il decennale è salito di circa 13pb attestandosi al 2,07%.
• I rendimenti dei mercati obbligazionari hanno ormai raggiunto livelli particolarmente interessanti. Permangono tuttavia rischi che le politiche monetarie delle banche centrali possano rivelarsi più restrittive di quanto al momento atteso dai mercati finanziari. Per converso il significativo rallentamento economico che dovrebbe registrarsi nei prossimi mesi, ormai stimato sia da Fed che da BCE, potrebbe rendere meno aggressivo il programma di rialzo dei tassi di quanto comunicato.

LA REAZIONE DEI MERCATI AZIONARI
• I mercati azionari hanno reagito negativamente agli annunci sia della Fed sia della BCE. A sorprendere è stata soprattutto l’indicazione di un ulteriore restringimento dell’orientamento di politica monetaria nonostante i segnali di miglioramento delle prospettive dell’inflazione arrivate dagli ultimi dati mensili.
• In particolare, è stata la decisione della Fed di alzare la proiezione sull’andamento dei tassi sui Fed Fund nel 2023, rivista in aumento rispetto alla stima di settembre, a sorprendere negativamente gli investitori. In tale scenario potrebbe crescere la cautela sull’equity statunitense, che potrebbe fare i conti con uno scenario economico in rallentamento e con tassi di interesse più elevati.
• In Europa, l’annuncio dell’inizio di una politica di Quantitative Tightening potrebbe aumentare la volatilità nel breve. Tuttavia, il calo delle pressioni inflazionistiche e un livello valutativo contenuto e inferiore alla media storica di lungo periodo fa sì che ogni calo del mercato azionario europeo possa essere considerato positivamente dagli investitori.