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Atlantia: OPA al via il 10 Ottobre

TERMINI DELL’OPA
Schema Alfa (società controllata per il 65 dalla famiglia Benetton tramite edizione Holding e per il 35 dal fondo Blackstone) ha comunicato ieri l’approvazione da parte di CONSOB del documento di offerta relativo all’OPA su Atlantia.

L’offerta ha come oggetto tutte le azioni Atlantia escluse le 273 341 000 azioni detenute da Sintonia S p A pari al 33 10 delle azioni emesse Si tratta, quindi, di n 552 442 990 azioni, pari al 66 90 delle azioni emesse.

Il periodo di adesione concordato con Borsa Italiana avrà inizio il 10 ottobre 2022 e terminerà il giorno 11 novembre 2022 estremi inclusi Il periodo sarà, quindi, pari a 25 giorni di borsa aperta, salvo proroghe.

Il prezzo dell’OPA è stato confermato a EUR 23 per azione e il corrispettivo sarà pagato il 18 novembre.

Una riapertura dei termini di offerta sarà possibile nel periodo 21 22 23 24 e 25 novembre, con pagamento il 2 dicembre

IL SUCCESSO DELL’OPERAZIONE PARE SCONTATO
• L’obiettivo dell’Opa totalitaria di Edizione-Blackstone su Atlantia è di revocare la quotazione delle azioni dall’Euronext Milan (delisting). Il delisting sarà conseguito se le azioni portate in adesione supereranno il 90% del capitale sociale di Atlantia Spa.
• Considerando che Edizione controlla il 33,1% di Atlantia e che gli analisti giudicano il prezzo dell’offerta corretto, la buona riuscita dell’operazione appare scontata.
Per questo si consiglia di aderire all’offerta per non correre il rischio di restare azionisti di una società non più quotata.

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Modello Redditi 2022: guida per i trust

Il Trust nel modello di dichiarazione Redditi 2022

Trust, sia nel caso si qualifichino come enti commerciali che nel caso si tratti di enti non commerciali, devono presentare la dichiarazione dei redditi. In particolare, i Trust che svolgono attività d’impresa, sono inquadrati tra gli enti commerciali, e per questo devono utilizzare il modello REDDITI SC – Società di capitali, Enti commerciali ed equiparati”.

Quando invece il Trust viene costituito con finalità non commerciali (es: famiglia o donazione), il modello da utilizzare è il modello “REDDITI ENC – Enti non commerciali ed equiparati.

1) Trust: disciplina generale

In assenza di una disciplina civilistica, il trust consiste in un rapporto giuridico fiduciario mediante il quale un soggetto definito “disponente” (c.d. settlor), tramite negozio unilaterale (cui generalmente seguono uno o più atti dispositivi). trasferisce ad un altro soggetto, definito “trustee”, beni[1] sui quali perde qualsiasi potere gestorio. Il trasferimento avviene affinché quest’ultimo li gestisca e li amministri, coerentemente con quanto previsto dall’atto istitutivo del trust, per il raggiungimento delle finalità individuate dal disponete medesimo.

Si individuano le seguenti figure di trust, in base alle finalità perseguite:

  • trust c.d. d’interesse familiare;
  • trust di garanzia;
  • trust c.d. liquidatorio, istituito per realizzare la liquidazione dell’attivo di una società e pagare i creditori;
  • trust auto dichiarato, che si caratterizza per la circostanza che il beneficiario sia lo stesso disponente.

La disciplina civilistica del trust si fonda sull’art. 2645-ter c.c.[2], con lo scopo di estendere la pubblicità dichiarativa anche per negozi non tipici, “al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione …”

Il citato disposto normativo consente la “segregazione” dei beni oggetto dell’atto di destinazione “sottraendoli alle più svariate vicende che possono verificarsi e, con ciò, introducendo una rilevante eccezione all’articolo 2740 del codice civile, per effetto del quale ciascun soggetto risponde delle proprie obbligazioni con tutti i propri beni presenti e futuri”.

[1] di qualsiasi natura.

[2] introdotto con Legge 273/2005.

2) Trust: disciplina fiscale

Per quanto riguarda la disciplina fiscale, l’art. 1, comma 74 della Legge 296/2006[1] ha modificato l’art. 73 TUIR, inserendo il trust tra gli enti commerciali e non commerciali che scontano l’Ires, di fatto personificando lo strumento.

In particolare:

  • l’art. 73, comma 1, lett. b), TUIR, individua il trust “commerciale”;
  • la successiva lett. c) il trust “non commerciale”;
  • la lett. d) identifica poi il trust “non residente”.

Con la novella introdotta nella Finanziaria 2007 il trust diviene soggetto tassato per quei redditi che restano in capo allo stesso strumento, senza alcuna attribuzione ai beneficiari.

Le imposte dirette assoggettano a tassazione i flussi di ricchezza che produce il fondo gestito dal trustee del trust e, quindi, i redditi da esso prodotti.

Se i frutti del fondo sono accumulati alla dotazione iniziale, gli stessi sono, indipendentemente dalla natura commerciale o meno dello strumento, tassati in capo al soggetto trust (dizione di matrice esclusivamente tributaria) con applicazione dell’Ires nell’attuale misura del 24%.

Diversamente, se i redditi prodotti dai beni del fondo sono – solo in parte o totalmente – destinati a beneficiari vitalizi (in relazione alla tipologia di trust), saranno soggetti a trattamento tributario specifico.

In particolare:

  • se i frutti del fondo vengono assegnati a beneficiari vitalizi durante la vita del trust (trust trasparenti), questi saranno considerati redditi di capitale e tassati per competenza[2];
  • se l’atto istitutivo del trust non prevede l’individuazione di beneficiari di reddito (trust opachi), i frutti saranno tassati dalla sola imposta Ires;
  • la successiva (eventuale) assegnazione di reddito nei trust opachi, se stabilita dal disponente con la “lettera dei desideri”, non sconterà alcuna ulteriore tassazione.

È soggetto a tassazione diretta il profitto derivante dal maggior valore scaturente dalla cessione dei beni del fondo, allorquando queste generino plusvalori rispetto a quello originario all’atto della dotazione.

Qualora il trust sia di tipo commerciale, questi sarà interessato dalle analoghe imposte a cui sono soggette tutte le altre persone fisiche, giuridiche o enti, che esercitano attività imprenditoriali.

[1] “Legge Finanziaria 2007”.

[2] ex art. 44, comma 1, lett. g-sexies del Tuir.

3) Trust: indicazione nella dichiarazione dei redditi

In caso di Trust opaco, nella dichiarazione dei redditi bisogna compilare i vari quadri dove indicare i redditi conseguiti, ed infine il quadro RN con il reddito complessivo,

I Trust “trasparenti”, invece, in luogo del quadro RN compilano il quadro PN.

Per i Trust “misti”:

  • la parte di reddito non attribuita ai beneficiari soggetta a Ires deve essere indicata nel quadro RN;
  • la parte di reddito e degli altri importi attribuiti ai beneficiari deve essere indicata nel quadro PN.

Quest’ultimo quadro si compone delle seguenti sezioni:

 

Sezione I Reddito o perdita da imputare
Sezione II Importi da attribuire ai beneficiari
Sezione III Utilizzo eccedenza IRES della precedente dichiarazione
Sezione IV Crediti d’imposta concessi al Trust e trasferiti ai beneficiari
Sezione V Redditi prodotti all’estero e/o utili conseguiti e plusvalenze realizzate derivanti da partecipazioni in controllate estere e relative imposte
Sezione VI Eccedenze d’imposta di cui all’art. 165, comma 6, del TUIR
Sezione VII Reddito o perdita imputato ai beneficiari
Sezione VIII Redditi derivanti da imprese estere partecipate

4) Sezione I – reddito o perdita da imputare

Nella sezione I – Reddito o perdita da imputare è determinato ai sensi dell’articolo 83 del TUIR il reddito conseguito dal Trust, senza liquidazione dell’imposta.

Il reddito del Trust è imputato ai beneficiari nel periodo d’imposta in corso alla data di chiusura del periodo di gestione del Trust, in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell’atto di costituzione del Trust o in altri documenti successivi – ovvero, in mancanza, in parti uguali.

Le eventuali perdite fiscali attribuite ai beneficiari possono essere utilizzate dai beneficiari che partecipano al trust in regime d’impresa.

Si precisa che in caso di “Trust misto” solo la parte del reddito complessivo e degli altri importi che sono attribuiti ai beneficiari vanno indicati nel presente quadro: la parte che resta nella disponibilità del Trust va invece riportata nel quadro RN.

Sezione I – reddito o perdita da imputare  
Rigo PN1 In colonna 2, va indicato l’importo delle liberalità in denaro o in natura erogate in favore dei soggetti indicati dall’art. 14, comma 1 del D.L. 35/2005, ossia di:

  • fondazioni e associazioni riconosciute aventi per oggetto statutario la tutela, la promozione e la valorizzazione dei beni di interesse artistico, storico e paesaggistico[1], e di
  • di fondazioni e associazioni riconosciute aventi per scopo statutario lo svolgimento o la promozione di attività di ricerca scientifica[2],

qualora non sia stata esercitata la facoltà applicare la norma in tema di oneri di utilità sociale (art. 100 del Tuir)[3], nonché l’importo delle erogazioni liberali, delle donazioni e di altri atti a titolo gratuito effettuati nei confronti di trust ovvero dei fondi speciali di cui al comma 3 dell’art. 1 della Legge 112/2016; quest’ultimo importo va indicato anche in colonna 1

In colonna 3, va indicato il reddito di cui al rigo RF63 o, in caso di Trust misto, il reddito di cui al rigo RF66 colonna 1, al netto dell’importo indicato in colonna 2 del presente rigo
Rigo PN2 va indicata, non preceduta dal segno meno, la perdita, di rigo RF63, o in caso di Trust misto, la perdita indicata al rigo RF66, colonna 1
Rigo PN3 colonna 1, l’ammontare delle perdite di periodi di imposta precedenti computabili in diminuzione del reddito in misura limitata[4]
colonna 2, l’ammontare delle perdite di periodi di imposta precedenti computabili in diminuzione del reddito in misura piena[5]
colonna 3, l’ammontare delle perdite di periodi d’imposta precedenti (pari alla somma della colonna 1 e della colonna 2), che non può eccedere l’importo di cui al rigo PN1, colonna 2
Rigo PN4 colonna 1, l’ammontare pari alla somma di rigo RS164 e RS165, fino a concorrenza della differenza tra l’importo di rigo PN1, colonna 2, e quello di rigo PN3, colonna 3
colonna 2, l’ammontare indicato nel rigo RS113, colonna 12, fino a concorrenza della differenza tra l’importo di rigo PN1, colonna 2, e la somma di rigo PN3, colonna 3, e rigo PN4, colonna 1
colonna 3, l’ammontare deducibile di cui al rigo RS290, colonna 1, nel limite del reddito complessivo dichiarato diminuito di tutte le altre deduzioni
colonna 5, il reddito imponibile da imputare ai beneficiari risultante dalla seguente operazione:

PN1, colonna 2 – PN3, colonna 3 – PN4, colonna 1 – PN4, colonna 2 – PN4, colonna 3

[1] di cui al D.Lgs 42/2004.

[2] individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze e del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

[3] come previsto dal comma 3 del suddetto articolo 14.

[4] art. 84, comma 1 del TUIR.

[5] art. 84, comma 2 del TUIR.

5) Sezione IV – Crediti d’imposta concessi al Trust e trasferiti ai beneficiari

Nella Sezione IV – Crediti d’imposta concessi al Trust e trasferiti ai beneficiari vanno indicati i crediti d’imposta derivanti da agevolazioni concesse al Trust indicati nel quadro RU che lo stesso attribuisce ai beneficiari.

 

Sezione IV – Crediti d’imposta concessi al Trust e trasferiti ai beneficiari
righi da PN15 a PN18 colonna 1, il codice credito così come desunto dalla tabella allegata alle istruzioni del quadro RU
colonna 2, l’anno di insorgenza del diritto al credito
colonna 3, l’ammontare del credito attribuito ai beneficiari
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Inflazione: più elevata, ma non per sempre

Cose da sapere

L’alta inflazione e l’impatto delle misure mese in campo per mitigarla suscitano oggi grande apprensione fra gli investitori. Riteniamo che, aumentando i tassi, le autorità possano indebolire la domanda in misura sufficiente ad attenuare le pressioni sui prezzi, anche in un contesto di offerta limitata. Questo processo però richiede tempo. In questo approfondimento descriviamo la possibile evoluzione dell’inflazione e le forze in gioco, dal mutamento della spesa per consumi al raffreddamento del mercato immobiliare, e discutiamo cinque importanti considerazioni sugli investimenti che permetteranno agli investitori di sopravvivere – e prosperare – in questo contesto impegnativo.

L’inflazione si conferma una questione di primo piano per gli investitori e le autorità politiche. I prezzi stanno salendo a un ritmo che non si vedeva da generazioni, smentendo le aspettative di quanti credevano che una riapertura generale dell’economia globale avrebbe alleggerito le pressioni inflazionistiche. Invece, una tempesta perfetta si è abbattuta sull’economia mondiale dal lato dell’offerta, spingendo al rialzo i prezzi.

Queste perturbazioni sono difficili da prevedere, per cui è impossibile formulare proiezioni sull’inflazione a breve termine. Non sappiamo quando finiranno i lockdown in Cina, né quando questo darà inizio a una normalizzazione delle catene di approvvigionamento globali. Non sappiamo neppure quando finirà la guerra in Ucraina e si allenteranno le pressioni sui mercati mondiali delle materie prime.

Alla luce di tali incertezze, perché siamo sempre più fiduciosi in una futura moderazione dei prezzi? Perché anche se non abbiamo visibilità sul lato dell’offerta dell’economia globale, gli sviluppi sul lato della domanda stanno diventando più chiari.

La politica monetaria influisce sulla domanda

I prezzi riflettono l’interazione tra domanda e offerta. Quando la domanda supera l’offerta, i prezzi aumentano per riportare l’economia in equilibrio. I vincoli dal lato dell’offerta, come i lockdown in Cina o le carenze di materie prime causate dalla guerra, esulano dalla sfera di competenze della politica monetaria; le banche centrali non possono risolvere questi problemi intervenendo sui tassi d’interesse.

Le autorità monetarie possono tuttavia rallentare la domanda in modo da alleviare le pressioni sui prezzi, anche in un contesto di offerta limitata. A tale scopo, è necessario attuare una politica monetaria restrittiva per ridurre il tasso di crescita a un livello compatibile con la capacità dell’offerta di tenere il passo.

Questo è proprio ciò che le banche centrali stanno facendo. La Federal Reserve ha innalzato i tassi di 75 punti base (pb) a partire da marzo ed è probabile che li aumenti di altri 150-200 pb nel resto di quest’anno. Anche le banche centrali di Canada, Australia e Nuova Zelanda hanno avviato un ciclo di rialzi, e la Banca centrale europea si prepara a fare altrettanto nei prossimi mesi. Solo la Bank of Japan e la People’s Bank of China sembrano restie ad alzare i tassi a causa di sviluppi specifici nei rispettivi paesi. Tuttavia, la tendenza globale è chiaramente quella di un aumento dei tassi.

Il problema è che la politica monetaria agisce con ritardo. Una volta aumentati i tassi, ci vuole tempo affinché l’economia ne percepisca appieno gli effetti. Non ci si deve aspettare che un rialzo dei tassi di riferimento si traduca immediatamente in un calo della domanda, un rallentamento della crescita e una moderazione delle spinte inflazionistiche. Tuttavia, con l’avanzare dell’anno, la crescita dovrebbe decelerare, favorendo una graduale diminuzione dell’inflazione.

La spesa per consumi si sposta dai beni ai servizi

Nell’ambito di questo rallentamento della crescita, ci aspettiamo un progressivo spostamento della spesa per consumi dai beni ai servizi. Gran parte di questo imminente spostamento è dettato semplicemente dal desiderio di recuperare il tempo perduto. Nella fase acuta della pandemia, quando molti servizi non erano disponibili, le famiglie hanno trasferito i loro acquisti sui beni tangibili. Secondo le nostre stime, gli americani hanno comprato beni in “eccesso” rispetto alla media a lungo termine per oltre 1.000 miliardi di dollari.

Un’altra parte dello spostamento dai beni ai servizi è il frutto di un naturale riequilibrio dei consumi in un contesto di prezzi più elevati. La domanda estremamente robusta e le interruzioni delle catene di fornitura, con le loro marcate ricadute sull’offerta di prodotti, hanno provocato un’impennata dell’inflazione dei beni, che negli Stati Uniti ha toccato un picco di quasi il 20% su base annua (cfr. Grafico). Di conseguenza, i servizi sono diventati relativamente convenienti e quindi più appetibili, e ci aspettiamo che i consumatori modifichino il loro comportamento di conseguenza.

inflazione

 

Affinché l’inflazione rallenti non è necessario che i prezzi scendano, in quanto è ovviamente sufficiente che i prezzi aumentino più lentamente. Questo fenomeno è già visibile in generale nel comparto dei beni, dove i prezzi sono scesi rispetto al picco, e nelle flessioni dei prezzi di alcune categorie particolarmente colpite dal COVID, come le auto usate.

Per quanto concerne l’evoluzione dell’inflazione, riteniamo che nel tempo i prezzi dei beni e dei servizi tenderanno a convergere e che l’inflazione dei beni tornerà al di sotto di quella dei servizi, come accadeva prima della pandemia.

Il calo dell’inflazione dei beni inciderà notevolmente sull’inflazione complessiva, ma non risolverà del tutto il problema. Dopotutto, l’inflazione dei servizi si aggira attualmente intorno al 5%, e anche questo tasso dovrà scendere affinché l’inflazione ritorni verso l’obiettivo. Tale processo sarà tuttavia piuttosto lento; prevediamo infatti che l’inflazione si attesterà probabilmente ancora intorno al 5% a cavallo tra il 2022 e il 2023, e che potrebbe tornare in linea con il target della Fed (2%) solo nel 2024.

Un aiuto dal raffreddamento del mercato immobiliare

Una delle voci più importanti dell’inflazione dei servizi è costituita dagli “affitti figurativi”, che sono il modo in cui l’indice dei prezzi al consumo rileva il costo degli alloggi. E il mercato abitativo è il settore dell’economia più sensibile alla politica monetaria.

I tassi ipotecari negli Stati Uniti sono aumentati bruscamente, superando il 5% per la prima volta in oltre 10 anni. Il rialzo dei tassi ipotecari e dei prezzi degli immobili residenziali negli ultimi anni hanno ridotto notevolmente l’accessibilità economica delle abitazioni. Non c’è da stupirsi, quindi, che le richieste di mutui siano calate sensibilmente e che le vendite di abitazioni nuove ed esistenti siano diminuite (cfr. Grafico).

tassi ipotecari

Ciò suggerisce che il tasso di crescita dei prezzi delle case tenderà probabilmente a rallentare, favorendo presto o tardi una riduzione dell’inflazione dei servizi.

Monitorare i progressi sul fronte dell’inflazione

Dato che questo processo richiederà tempo, non ci aspettiamo che l’inflazione si riporti in linea con l’obiettivo della Fed nel breve periodo. A nostro avviso, l’inflazione di fondo degli Stati Uniti dovrebbe superare di poco il 5% alla fine del 2022 per poi attestarsi leggermente al di sopra del 2% alla fine del 2023, sempre che la Fed continui ad aumentare i tassi e che questi rialzi abbiano l’effetto di rallentare la crescita, due ipotesi che ci sembrano verosimili.

Il modo migliore per monitorare i progressi su questo fronte è condurre una valutazione più generale delle condizioni finanziarie. Sviluppi come un calo delle quotazioni azionarie, un ampliamento degli spread creditizi e un rialzo dei rendimenti dei Treasury concorrono tutti a raffreddare la domanda, trasmettendo la politica monetaria dalla banca centrale all’economia.

Sebbene non esista una misura perfetta delle condizioni finanziarie, tutte le metriche credibili indicano che da quando le banche centrali hanno palesato l’intenzione di rispondere alla persistente inflazione con una politica più restrittiva si è registrato un inasprimento a livello finanziario. Siamo dunque fiduciosi che l’economia sta rallentando e che questo, a sua volta, permetterà di ridurre l’inflazione.

Una recessione è davvero inevitabile?

A nostro avviso, un rallentamento dell’economia non si traduce inevitabilmente in una recessione. Facendo tesoro di quanto appreso dai cicli passati, le banche centrali potrebbero riuscire a trovare il giusto equilibrio tra un rallentamento e una contrazione e orchestrare un atterraggio morbido.

Le autorità monetarie beneficiano inoltre di un ottimo punto di partenza: famiglie e imprese godono di un’ottima situazione patrimoniale e il mercato del lavoro è robusto. Ciò suggerisce che l’economia è in grado di sopportare condizioni più restrittive senza crollare.

Nel medio periodo, l’interrogativo fondamentale riguarda il grado di aggressività con cui le banche centrali continueranno a inasprire la politica monetaria all’aumentare delle indicazioni di un rallentamento della crescita. L’inflazione è una variabile ritardata rispetto al PIL e rimane elevata per qualche tempo anche dopo che la crescita rallenta. Se in questo periodo le autorità monetarie mantengono un orientamento aggressivo, il rischio di una recessione diventa molto elevato; se invece fanno tesoro degli avvenimenti passati e rallentano il ritmo dei rialzi dei tassi con l’avanzare del ciclo per dare il tempo agli interventi precedenti di produrre i loro risultati, si assisterà ad un semplice rallentamento.

Le nostre previsioni riflettono questo risultato: nel corso di quest’anno e nel 2023, ci aspettiamo una decelerazione della crescita in tutte le principali economie e nel resto del mondo, seguita da una stabilizzazione quando le banche centrali ridurranno il ritmo dei rialzi dei tassi.

Implicazioni per gli investitori

L’incertezza ha pesato sulle valutazioni delle attività finanziarie e ha generato un’estrema volatilità. Mentre il mercato passa sbandando dal timore di un’inflazione fuori controllo alla paura di una recessione, gli investitori analizzano febbrilmente ogni singolo dato per pronosticare il futuro. Quali sono dunque le reali implicazioni per gli investitori? Ne abbiamo individuate cinque:

1) Proteggersi dall’inflazione. Essendo probabile che l’inflazione rimanga elevata per qualche tempo prima di tornare verso l’obiettivo, la protezione dall’inflazione può giocare un ruolo utile nei portafogli. Inoltre, con il recedere di forze deflazionistiche quali la globalizzazione, è più plausibile che l’inflazione torni a salire nei prossimi cicli economici. Di conseguenza, vi sono minori chance che le banche centrali intervengano per stabilizzare i mercati in futuro. L’aumento dell’inflazione costituisce dunque un rischio per i mercati, che può essere efficacemente coperto con una protezione esplicita.

2) Privilegiare la gestione attiva. Una gestione dinamica, adattiva e basata su un preciso protocollo operativo a è molto più adatta ad affrontare le tendenze in evoluzione rispetto a una strategia passiva, che può subire contraccolpi. Ad esempio, durante i periodi passati di inflazione elevata, come nel corso delle due guerre mondiali e negli anni ‘70, la classica strategia di costruire un portafoglio immutabile nel tempo senza l’implementazione di alcun protocollo operativo e di risk management, si è dimostrata fallimentare, generando rendimenti reali negativi su periodi di 10 anni

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Negli ultimi tempi i titoli di Stato non hanno fornito quell’àncora di salvezza contro la volatilità azionaria che gli investitori normalmente si aspettano, poiché le correlazioni tra i Treasury USA e le azioni, di solito negative, sono diventate moderatamente positive. Benché ci aspettiamo che le correlazioni tornino in territorio negativo nel tempo, azioni e obbligazioni governative potrebbero restare positivamente correlate finché non avremo maggiore chiarezza sull’inflazione e la politica monetaria non virerà verso la normalità. Solo gli investitori attivi possono reagire con agilità a questo genere di fluttuazioni.

3) Trarre vantaggio dalle interazioni sui mercati. Stando agli indicatori prospettici come i tassi di breakeven a lungo termine, i mercati rimangono fiduciosi che presto o tardi le banche centrali riusciranno a riportare l’inflazione verso il target. Tuttavia, il percorso sarà verosimilmente costellato da volatilità. Nel tentativo di contenere l’inflazione, le autorità monetarie possono ricorrere non solo ai tassi d’interesse, ma anche alla normalizzazione dei bilanci. Ciò significa che l’interazione tra rendimenti, volatilità e forma della curva dei rendimenti potrebbe creare opportunità d’investimento nei mercati dei tassi e degli strumenti cartolarizzati.

4) Considerare le obbligazioni high yield. Nella maggior parte dei casi i rendimenti reali dei Treasury USA (rendimenti nominali al netto dell’inflazione attesa) sono diventati positivi e gli spread creditizi sono pari o superiori alla media. Gli spread e i rendimenti più elevati cominciano a richiamare gli investitori, e non a caso: quel rendimento supplementare può compensare sia l’inflazione che l’incertezza, entrambe elevate. In questo contesto, il “carry” – essenzialmente, il reddito offerto dalla cedola dell’obbligazione – la fa da padrone.

5) Ampliare i propri orizzonti. Pur essendo più elevata a livello globale, l’inflazione varia a seconda delle regioni e dei paesi: ad esempio, Nord America, Europa e Australia hanno registrato un’accelerazione della crescita dei prezzi molto più marcata rispetto a Cina e Giappone. L’inflazione, inoltre, ha colpito molto duramente i mercati emergenti come il Brasile, il Messico e i paesi dell’Europa centrale e orientale, costringendo le loro banche centrali a intervenire con determinazione per riportare l’inflazione in linea con gli obiettivi, muovendosi in anticipo rispetto alle loro omologhe del G10.

Gli investitori obbligazionari globali possono trarre vantaggio da questa gamma di opportunità, la più ampia degli ultimi vent’anni, per migliorare il potenziale di rendimento attraverso la selezione dei paesi e delle valute.

Nei contesti di inflazione elevata, la capacità di adattamento è fondamentale

Per domare l’inflazione ci vuole tempo, e il percorso potrebbe essere accidentato. Tuttavia, chi adotta un atteggiamento flessibile ed adattivo si troverà in una posizione di vantaggio. Con un approccio agile, gli investitori obbligazionari possono a nostro avviso prosperare anche in questo nuovo scenario.

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Come difendersi dal caller ID Spoofing

Il caller ID Spoofing è una tecnica fraudolenta che consiste nel modificare il numero del chiamante fingendosi un istituto bancario o un supporto tecnico allo scopo di spingere gli interlocutori a trasferire denaro, comunicare dati personali o compromettere il dispositivo telefonico stesso.

Come funziona?

Si tratta di tentativi di raggiri telefonici basati sulla falsificazione dell’identità del chiamante solitamente visualizzata sul display del telefono, impersonificando talvolta anche utenze legittime.
Tramite il caller ID spoofing vengono architettate truffe basate su due particolari declinazioni di phishing, sempre più comuni e usati: il vishing (phishing tramite chiamata vocale) e lo smishing (phishing tramite SMS, Short Messagge Service).

Alcuni esempi:

  • Ingannevoli comunicazioni bancarie. La chiamata telefonica di un finto operatore di banca tramite argomentazioni fallaci persuade la vittima a fornire i codici dispositivi del proprio rapporto finanziario, autorizzare operazioni fraudolente dal proprio conto corrente oppure ad accedere al proprio conto online mediante un link web artefatto.
  • L’invio di SMS da fonti apparentemente attendibili. Si potrebbe ricevere un SMS apparentemente proveniente da un contatto conosciuto come una filiale di Banca che con un falso pretesto invita a fare clic su di un link che in realtà potrebbe far scaricare un malware sul proprio dispositivo o sottrarre credenziali dirottando il malcapitato verso pagine web di phishing.

Come difendersi?

  • Non fornire mai codici, credenziali o informazioni personali al telefono: nessun operatore di Banca Generali ti chiederà mai questi dati al telefono, neppure per urgenze o verifiche di sicurezza.
  • Non cliccare su link ricevuti via SMS: la Tua banca non ti chiederà mai di collegarti alla tua Area Riservata inviandoti il collegamento diretto via messaggio, neppure in ragione di presunti motivi tecnici o di sicurezza.
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Cosa vuol dire investire in economia reale?

Si sente sempre più spesso parlare di coinvolgere il risparmio privato nel più ampio panorama della crescita economica, veicolando i depositi degli italiani verso strumenti di investimento finalizzati al sostegno del processo di crescita delle piccole e medie imprese innovative.

Tutte queste attività rientrano sotto il grande cappello degli investimenti in economia reale.

Si tratta di un concetto relativamente nuovo per il grande pubblico ma che in realtà ha una storia piuttosto antica, anche in Italia. Fino a non molto tempo fa, infatti, gli investimenti in economia reale erano attività che coinvolgevano esclusivamente fondi di private equity e venture capital. La pandemia da Covid-19 ha però alzato il velo su un doppio problema strutturale del nostro Paese: la difficoltà di accesso al credito per molte aziende e l’elevata quantità di depositi fermi sui conti correnti dei nostri connazionali.

Far parlare questi due mondi è apparsa sin da subito la soluzione ideale per guidare la ripresa dopo una delle crisi economiche e drammatiche più dure dal Secondo dopoguerra ad oggi. Per questo ultimamente stanno nascendo sempre più soluzioni di investimento in economia reale che puntano a coinvolgere anche i risparmiatori retail.

È evidente quindi che oggi sia fondamentale capire cosa vuol dire investire in economia reale e perché può essere importante farlo.

Cosa si intende per economia reale?

Per economia reale si intende quella parte dell’economia che comprende tutte le realtà imprenditoriali che producono beni e servizi e li distribuiscono sul mercato. L’economia reale include dunque le imprese, le merci da esse prodotti, i terreni, gli immobili, le attrezzature e tutti gli altri beni connessi alla produzione nonché i fornitori di servizi. All’interno dell’economia reale, le imprese ricercano risorse per effettuare i propri investimenti produttivi in attrezzature, tecnologie e risorse umane.

Come interagiscono economia reale e economia finanziaria?

Diversamente dall’economia reale, l’economia finanziaria, comprende tutti gli elementi e i prodotti finanziari come le azioni, le obbligazioni, i titoli di Stato, gli strumenti di liquidità etc.

I mercati finanziari forniscono all’economia reale risorse che verranno utilizzate per gli investimenti in attività commerciali e/o di produzione di beni e servizi. Queste risorse torneranno poi nell’economia finanziaria attraverso la restituzione del capitale prestato e il pagamento degli interessi.

In questo modo l’economia reale ottiene il supporto necessario alla creazione di valore e di innovazione, mentre la finanza ottiene il rendimento cercato, costituito appunto dagli interessi sui prestiti erogati.

ELTIF: un esempio di investimento dell’economia reale

Un esempio di soluzioni di investimento in economia reale sono gli ELTIF. Questi sono infatti una categoria di prodotti nati nel 2015 su iniziativa dell’Unione Europea e introdotti in Italia nel 2018. Il loro appellativo è acronimo di European Long-Term Investment Funds , ovvero fondi di investimento europei a lungo termine.

Gli ELTIF sono per loro natura fondi di natura chiusa che realizzano investimenti in strumenti finanziari di piccole e medie imprese europee non quotate, in imprese quotate con bassa capitalizzazione di mercato ma anche, più in generale, in attività dell’economia reale (per esempio, in progetti infrastrutturali).

economia reale

Quali vantaggi per investitori e imprese?

Per la clientela, il vantaggio dalle soluzioni di investimento in economia reale è triplice:

  1. questi investimenti consentono di allocare una parte di portafoglio in strumenti maggiormente decorrelati dall’andamento dei mercati finanziari, elevando quindi il livello di diversificazione e tenendosi alla larga dalla volatilità che caratterizzerà le borse nei prossimi mesi sulla scia delle incertezze di una ripresa economica complicata.
  2. strumenti di questo tipo permettono di sfruttare il premio di illiquidità per intercettare rendimenti mediamente superiori soprattutto nel campo obbligazionario.
  3. beneficiano di interessanti vantaggi fiscali che possono rappresentare una ulteriore leva per alcune tipologie di portafogli di investimento.

 

Economia reale in Banca Generali – BG4REAL

Banca Generali è stata tra le prime realtà finanziarie italiane a lanciare un vero e proprio progetto di sostegno all’economia reale attraverso soluzioni di investimento dedicate. Nel giugno 2020 è nato infatti BG4Real, il programma dedicato a soluzioni e strumenti di investimento orientati all’economia reale attraverso un’offerta di servizi dedicati e prodotti innovativi. Ad oggi, il progetto BG4Real conta su due strumenti dedicati che hanno l’obiettivo di creare un vero e proprio ponte tra le esigenze delle famiglie di stabilità e ricerca di valore nel lungo termine e la crescente domanda di credito e capitale privato dalle aziende e dal sistema economico.

  • 8A+Real Innovation: si tratta di un Fondo di investimento alternativo (Fia) sviluppato in collaborazione con la boutique indipendente 8A+ Sgr. Il Fondo è un innovativo multiasset creato per investire sia in strumenti di debito (per una percentuale pari al 70%), selezionati con la consulenza di partner di primissimo livello tra incubatori di startup e fondi di venture capital, sia in “equity”(circa il 30%) dove si ricercano le migliori opportunità tra i portafogli di fondi di private equity e operazioni dirette sulle pmi più innovative, con particolare attenzione all’Italia.
  • 8A+ Real Eltif Italy: sulla stessa linea del Fia, il primo Eltif di Banca Generali (8A+ Real Eltif Italy) si caratterizza per un approccio altrettanto prudente che coniuga il concetto di protezione e decorrelazione dai mercati anche il supporto alle aziende italiane. La componente di debito, che qui sale fino all’80%, guarda prevalentemente al comparto dei finanziamenti alle pmi italiane, al mondo dei minibond, del credito nel real estate europeo, e dei senior secured loans. Il focus azionario riguarda invece finanziamenti diretti alle “scale up” italiane e società quotate all’Aim di Piazza Affari.

Questi strumenti sono stati accompagnati dalla Banca da un vero e proprio ecosistema innovativo di selezione che, attraverso partnership internazionali, analizza e trova le migliori occasioni di investimento sul mercato delle pmi innovative e in fase di scale-up. Da inizio progetto, BG4Real ha sostenuto il processo di sviluppo di aziende quali TreedomInxpectDatrixWebidoo e molte altre.

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Il Trust: panoramica su istituto, tassazione e bonus edilizi

L’istituto giuridico del trust è fondamentale con riferimento al profilo fiscale, in quanto a determinate condizioni può comportare vantaggi in materia impositiva a favore del contribuente, potendo essere utilizzato al fine di ricevere un possibile risparmio di imposta, oltre ad essere applicabile ai bonus edilizi, del superbonus o bonus facciate.

Definizione:

L’istituto del trust, di origine anglosassone, è divenuto operante in Italia nel 1992, grazie alla ratifica della Convenzione dell’Aja del 1985 disciplinante il riconoscimento dell’istituto e la legge ad esso applicabile. Il trust serve per regolare diversi rapporti giuridici di natura patrimoniale, attraverso tale convenzione il disponente (settlor) – con atto tra vivi o mortis causa – sottopone dei beni sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine determinato. Si crea un vincolo di destinazione di determinati beni del trust che il trustee ha il potere di amministrare o disporre secondo quanto previsto dalla convenzione o dalla normativa.

Le sue caratteristiche fondamentali lo differenziano dagli altri istituti presenti nel nostro ordinamento in quanto, i beni del trust costituiscono una massa distinta e separata dal patrimonio del trustee, pertanto, non potranno essere aggrediti né dai creditori del trustee né dai creditori del settlor, inoltre il trustee non è obbligato nei confronti del disponente, ma solo verso il beneficiario.

Sotto il profilo fiscale, per le imposte dirette ed indirette:

I beni conferiti nei trust familiari sono assoggettati a tassazione ai fini delle imposte di successione e donazione, nonché delle imposte ipotecarie e catastali per i trasferimenti immobiliari, sulla base del valore che sarà determinato alla data dell’atto di trasferimento ai beneficiari, mentre l’atto di trasferimento di beni al trustee, finalizzato a dotare il trust, sarà tassato in misura fissa (200 euro), così come l’eventuale atto di sostituzione del trustee. Dal punto di vista fiscale, il trust è considerato soggetto passivo IRES, alla stregua di un ente; con particolare riferimento al reddito prodotto, nel caso di beneficiari individuati, tale reddito viene individuato e tassato in capo a questi soggetti. In assenza di beneficiari individuati, la tassazione avviene secondo le regole degli enti commerciali e non commerciali a seconda del tipo di attività svolta dal trust.

Agevolazioni fiscali e Bonus edilizi nel Trust:

Il trustee, nella sua qualità, potrà fruire degli incentivi ammessi per il trust (cioè fruire del Superbonus 110% ma solo se partecipa alle spese per gli interventi trainanti effettuati sulle parti comuni degli edifici condominiali, Riqualificazione Energetica od Ecobonus, Bonus facciate, Bonus mobili trainati da Ecobonus, Bonus verde).

Qualora l’immobile oggetto del trust, comporti il diritto di usufrutto (uso o abitazione) del disponente, quest’ultimo potrà godere degli incentivi in virtù di tale diritto diversamente dal trustee che non avrà titolo per godere di alcun incentivo.

Nel caso in cui l’immobile apportato in piena proprietà al trust sia concesso in locazione o comodato (anche al disponente o al beneficiario):

– il trustee non potrà godere di alcun incentivo;

– il locatario/comodatario potrà godere di tutti gli incentivi, avendo un diritto derivante dal contratto di locazione o di comodato.

In tutte le predette casistiche occorrerà, però, soddisfare i seguenti requisiti:

il titolo, che sia diritto reale o possesso derivante da locazione o comodato, deve essere precedente all’inizio dei lavori;
i costi relativi all’intervento dovranno essere sostenuti con bonifico tracciabile dal soggetto che poi richiederà l’agevolazione;
ove l’atto istitutivo di trust lo consenta – e ciò non costituisca una violazione dell’obbligo del trustee di preservare l’integrità del fondo in trust – il trustee può anche rimettere a detti soggetti i fondi necessari per l’intervento agevolato.
Trust , bonus facciate e condominio :

Con riferimento alla fruizione delle detrazioni fiscali del bonus facciate da parte del condominio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che sarà possibile fruire delle detrazioni fiscali (concetto da ritenersi esteso a tutti i bonus edilizi, compresi quelli che fruiscono del 110%), sempre che l’assemblea dei condomini abbia autorizzato l’esecuzione dei lavori ed all’unanimità si acconsenta al sostenimento delle relative spese da parte del solo condomino interessato all’esecuzione degli interventi.

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196 milioni alle MPMI campane per interventi di digitalizzazione, ammodernamento e ristrutturazione

E’ stato pubblicato sul BURC n. 118 del 27/12/2021 l’Avviso per l’agevolazione di programmi di spesa di micro e piccole imprese campane per la realizzazione di investimenti in Digitalizzazione e Industria 4.0, Sicurezza e sostenibilità sociale e ambientale, nuovi modelli organizzativi che consentano un rilevante miglioramento della competitività aziendale.

L’Avviso è finanziato attraverso il Fondo Regionale per la Crescita, uno strumento finanziario composto da un contributo a fondo perduto e un finanziamento agevolato finalizzato al sostegno degli investimenti per la realizzazione di investimenti di rafforzamento e ristrutturazione aziendale e di innovazione produttiva, organizzativa e di efficienza energetica, dettate dai paradigmi post Covid 19.

Le risorse messe a disposizione dalla Regione Campania sono pari ad euro 196.5 milioni a valere su Fondi POR FESR.

Lo strumento è rivolto ai seguenti beneficiari:

  • Piccole e microimprese, che siano costituite ed iscritte nel Registro delle imprese della Camera di Commercio, industria, artigianato e agricoltura, competente per il territorio da almeno 12 mesi antecedenti alla data di pubblicazione del presente Avviso sul BURC;
  • Liberi professionisti che sono equiparati alle PMI ai fini dell’accesso alle agevolazioni previste dalla programmazione dei fondi strutturali 2014 – 2020, che siano titolari di Partita IVA da almeno 12 mesi antecedenti la data di pubblicazione del presente Avviso sul BURC.

Sono ammissibili tre tipologie di interventi da realizzare sul territorio della Regione Campania e relativi a:

  • Digitalizzazione e Industria 4.0, investimenti materiali e immateriali a sostegno dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione produttiva per la transizione 4.0;
  • Sicurezza e sostenibilità sociale e ambientale, investimenti finalizzati ad accrescere la performance ambientale e sociale dell’impresa garantendo la salute e la sicurezza degli operatori;
  • Nuovi modelli organizzativi, investimenti tesi alla riorganizzazione dei processi aziendali attraverso l’introduzione di nuove soluzioni gestionali, di impianti e attrezzature volti a aumentare la produttività e la performance economica.

Le spese ammissibili sono relative a:
•    Impianti e macchinari, nuovi di fabbrica, strettamente necessari e funzionali al ciclo produttivo e a servizio esclusivo dell’attività oggetto delle agevolazioni. Sono ammissibili anche le macchine elettroniche e le attrezzature hardware.
•    Opere di impiantistica, funzionali al miglioramento dell’efficienza energetica e all’installazione dei beni di cui al punto a) e all’adeguamento dell’unità locale oggetto dell’intervento, alle norme anti-Covid e alla riduzione delle barriere architettoniche. Tali spese sono ammesse nel limite del 10% dell’investimento complessivo ammissibile.

•    Servizi reali funzionali alla risoluzione di problematiche gestionali, tecnologico, organizzativo, commerciale, produttivo e finalizzato al miglioramento delle performance ambientali e/o sociali e del posizionamento competitivo. Tali spese sono ammesse nel limite massimo del 30% dell’investimento complessivo ammissibile.

•    Software, sistemi, piattaforme, applicazioni e programmi informatici funzionali alle esigenze gestionali e produttive dell’intervento.

•    Spese amministrative, spese per studi di fattibilità, oneri per il rilascio di attestazioni tecnico-contabili e garanzie a copertura della restituzione del finanziamento previsto dal presente Avviso. Tali spese sono ammesse nel limite massimo del 10% dell’investimento complessivo ammissibile.

Le agevolazioni sono concesse, a titolo di de minimis, a copertura del 100% del programma di spesa ammissibile e ripartite come segue:

  • 50% delle spese ammissibili, a titolo di contributo a fondo perduto;
  • 50% delle spese ammissibili, a titolo di finanziamento a tasso zero.

Il finanziamento prevede le seguenti condizioni:
•    Durata complessiva: 6 anni
•    Rimborso: 60 mesi con rate trimestrali posticipate a quote capitale costanti (ammortamento italiano), più 12 mesi di differimento decorrenti dalla data di erogazione dell’anticipazione.
•    Tasso di interesse: 0%.
•    Garanzie personali e/o reali prestate dai soggetti e con le modalità previste dall’Avviso.

Il programma di spesa deve essere compreso tra un importo minimo di 30.000,00 Euro e un importo massimo di 150.000,00 Euro.
La Domanda può essere presentata dalle ore 12:00 del giorno 10 febbraio 2022 e fino alle ore 12:00 del giorno 14 marzo 2022.

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Accelerare con ESG i cambiamenti positivi

Il Covid-19, il cambiamento climatico e la consapevolezza riguardo a tematiche quali diversità, equità e inclusione (DEI) hanno accelerato il passaggio agli investimenti ESG negli ultimi anni. Essendo curiosi di conoscere l’evoluzione delle opinioni degli investitori in questa “nuova normalità”, la terza edizione dell’indagine ESG Knowledge Barometer si incentra sulle esigenze degli investitori finali.

Nella terza edizione dell’ESG Knowledge Barometer sono stati intervistati oltre 5.100 investitori finali provenienti da 16 mercati per scoprire l’evoluzione delle loro opinioni sugli investimenti ESG negli ultimi 12 mesi e come si aspettano di adeguare il loro approccio ESG in futuro.

Accelerare con ESG i cambiamenti positivi

Il Covid-19, il cambiamento climatico e la consapevolezza riguardo a tematiche quali diversità, equità e inclusione (DEI) hanno accelerato il passaggio agli investimenti ESG negli ultimi anni.

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Cosa è l’Evidence Based Investing (EBI)

“Il pessimista si lamenta del vento. L’ottimista aspetta che cambi. Il realista aggiusta le vele”. William A. Ward

L’Evidence Based Investing (EBI) è un approccio disciplinato alle decisioni investimento e di “manutenzione” del portafoglio finanziario. Disciplinato perchè si basa sulle evidenze accademiche e sui dati. Un altro requisito fondamentale è che le fonti accademiche siano state sottoposte alla revisione paritaria (peers review) ovvero devono, a loro volta, essere state validate dalla comunità scientifica.

Anche i ricercatori e gli esponenti del mondo accademico possono, infatti, essere vittime di abbagli. L’EBI cerca pertanto di tenere fuori dalle scelte di investimento gli errori comportamentali, le notizie inutili e fuorvianti, i suggerimenti interessati, le storie affascinanti ma non verificabili, in pratica tenere fuori il rumore di fondo inutile e dannoso.

In altre parole l’EBI ha l’obiettivo di aumentare le probabilità di successo e di ridurre il rischio inteso come probabilità di non raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Potresti pensare che quanto sopra debba essere l’operatività standard dei professionisti della consulenza finanziaria e delle istituzioni che essi rappresentano. Del resto cosa mai potrebbe essere più scientifico che trattare numeri, rendimenti passati, probabilità di rendimenti futuri, gestione del rischio finanziario?

Purtroppo non è così. Errori comportamentali, emozioni, mancanza di un approccio scientifico, scarsa dimestichezza e consuetudine con la ricerca e la produzione accademica, meccanismi di remunerazione che confliggono con gli interessi degli investitori, budgets di vendita, rendono questo approccio difficilmente praticabile dalla maggior parte del mondo della consulenza finanziaria.

Cosa dovrebbe fare l’investitore per controllare che, nelle decisioni di investimento che lo riguardano, venga applicato un metodo scientifico? Pretendere che, per ognuna delle fasi descritte di seguito, venga utilizzato un criterio, un protocollo, un metodo basato sui dati e sulle evidenze scientifiche:

  • Decisione di allocazione iniziale delle risorse finanziarie, ovvero: in cosa investire ed in quali percentuali;
  • Manutenzione e monitoraggio del portafoglio, ovvero quali attività porre in essere successivamente all’allocazione iniziale: cadenza temporale degli interventi e tipo di interventi;
  • Investment review, ovvero disporre di un sistema completo di misurazione della performance in grado di valutare il funzionamento di ogni componente del processo di investimento.

Per ognuna di queste fasi e prima che l’investimento abbia inizio, l’investitore dovrebbe pretendere evidenza scritta e dettagliata delle regole operative di gestione del rischio e dell’impianto strategico e decisionale sottostante alle decisioni di investimento iniziali e di successiva manutenzione del portafoglio. Riuscire ad ottenere questa documentazione è un segnale assai favorevole; non riuscire ad ottenerla, oppure ottenere solo generici proclami e dichiarazioni di intento è un indizio certo che i tuoi investimenti sono in balia dei mercati finanziari, del caso e di “attenzioni” che nulla hanno a che fare con la tua prosperità finanziaria.

Ora che ne sai di più sapresti dire in quale delle tre fasi in basso interviene il consulente finanziario che opera secondo i principi dell’evidence based investing ed in quali assolutamente no? Scrivilo nei commenti.

Luca Cirillo | lucacirillo.it