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Prende piede la psicologia dell’inflazione

Le spinte inflazionistiche sono ora ovunque: dall’inizio dell’anno, i dati sull’inflazione sono superiori alle aspettative di molti analisti e commentatori. Da decenni l’indice dei prezzi al consumo non toccava livelli così alti sia nei mercati sviluppati, sia in quelli emergenti, con alcune variazioni tra i Paesi. I rapidi aumenti dei prezzi, alimentati dal conflitto in Ucraina che ha stravolto il mercato dell’energia e delle materie prime, sono ora sostenuti da un fattore più profondo, intrinsecamente psicologico.

  • Inflazione e psicologia: il ruolo della memoria collettiva di breve e lungo termine, le reazioni pubbliche, e la diffusione delle narrative tramite gli agenti economici e i media garantiscono che la profezia autoavverante dell’inflazione finisca col realizzarsi. Questo è un processo di risveglio della memoria e fa parte della narrativa più ampia del “ritorno agli anni ‘70”.
  • Il ruolo dei policy maker: mentre quest’ultimi sono sotto forti pressioni affinché varino misure di protezione, l’inflazione sta favorendo l’aumento delle politiche accomodanti e non il loro smantellamento, col risultato che si genera altra inflazione. La politica monetaria è rimasta dietro la curva e le autorità sono alle prese con il dilemma di come combattere l’inflazione senza soffocare la crescita.
  • Le conseguenze per gli investimenti: gli investitori guardano ai rendimenti reali come al nuovo mantra di questo decennio. La costruzione del portafoglio che ha come obiettivo i rendimenti reali invece di quelli nominali dovrebbe includere le attività reali e alternative, le azioni con dividendi elevati e strategie del reddito fisso flessibili in grado di adeguarsi ai tassi di interesse più alti.

Dopo un decennio in cui le banche centrali hanno faticosamente cercato di portare l’inflazione all’obiettivo, questi primi mesi del 2022 sono stati caratterizzati ovunque da un cambiamento del contesto inflazionistico. Negli Stati Uniti l’inflazione è ai massimi degli ultimi 40 anni, e in alcuni Paesi sviluppati è poco distante da tali valori. L’inflazione annuale nella zona Euro ha raggiunto a marzo il 7,5%, in rialzo dal 5,9% di febbraio e dal 5,1% dell’inizio dell’anno. Alla fine di marzo, l’IPC medio nei Paesi sviluppati era del 5,6% su anno, mentre nei Paesi emergenti era del 7,2%, e ciò indica l’inizio di una nuova era inflazionistica. In questo contesto, il mercato cerca di scoprire i meccanismi psicologici che supportano l’inflazione e che assicurano che le sue profezie autoavveranti si realizzino perché l’aspettativa di un aumento dei prezzi in futuro rafforza la narrativa inflazionistica.

In che modo la psicologia influisce sull’inflazione? L’inflazione è sempre un fenomeno monetario o ha una componente psicologica?
L’inflazione e la psicologia sono interconnesse dal tempo psicologico, motivo per cui il tempo vola durante i periodi d’inflazione. Ad esempio, un’ora in un periodo di tempo normale, non inflazionistico, corrisponde a un giorno in un periodo di iperinflazione o di bolle dei prezzi delle attività. Nei miei libri ho introdotto l’importante concetto di “referente psicologico”, dove sono in gioco potenti forze di memoria e di dimenticanza. La mia tesi è che l’aumento dei prezzi, seppur necessario, non sia sufficiente a far scattare l’inflazione. Deve avvenire contestualmente a un cambiamento del riferimento psicologico.

Quand’è che l’inflazione cessa di essere un fenomeno solo economico e diventa un fenomeno psicologico, e quali sono i segnali di allarme? La transizione avviene gradualmente o c’è un punto critico?
L’inflazione è un fenomeno cumulativo. Una volta che prende piede è difficile da sradicare. Le narrative svolgono un ruolo importante nel diffondere l’inflazione esponenzialmente come accade con i virus, trasformandola in un fenomeno di massa con circuiti di retroazione e profezie autoavveranti. L’intelligenza artificiale ci ha fornito gli strumenti per analizzare queste narrative: la narrativa dell’inflazione ha preso piede soppiantando la narrativa della stagnazione secolare. Questo processo, secondo me, ha un ruolo determinante riguardo al modo in cui si formano le aspettative. L’accumulo dei dati (prezzi in aumento) forma una memoria a breve termine che stabilisce un legame con una memoria a lungo termine (gli anni ‘70). Di conseguenza si passa da una situazione latente a un’accelerazione esponenziale. I segnali di una maturazione del processo comprendono le trattative salariali e, più in generale, le forze che accumulano una quota diversa di valore aggiunto tra capitale e lavoro. Questo è un aspetto di ciò che io chiamo cambio di regime. Attraverso un processo di accelerazione che è esponenziale e autosostenuto, l’inflazione esiste nel momento stesso in cui la gente dice che c’è.

Che cosa succede se le aspettative d’inflazione diventano “disancorate” e in che modo riconosciamo una tale situazione?
Il disancoraggio è la perdita della credibilità delle banche centrali e la perdita di controllo della curva dei rendimenti. Può presentarsi come un improvviso aumento dei tassi a lungo termine e dei parametri dell’inflazione a lungo termine basati sul mercato (tasso swap di inflazione a cinque anni, tassi di inflazione di pareggio a dieci anni). Tuttavia, io nutro dei dubbi riguardo a questi parametri che possono essere stati distorti dall’allentamento quantitativo (QE). I sondaggi come quelli condotti dall’Università del Michigan sono più affidabili. Il DNA delle banche centrali è cambiato: esse opteranno per un disinteresse benevolo per diversi motivi, come l’asimmetria tra crescita e inflazione, la dominanza fiscale e il quadro di repressione finanziaria dei tassi reali negativi. Le banche centrali sono parecchio in
ritardo e di certo non riusciranno a colmare il divario. A un certo punto qualcosa dovrà essere concesso.

Qual è la sua opinione sull’attuale dinamica dell’inflazione e in che modo sta reagendo il pubblico?
Inizialmente ha ignorato o negato questo fenomeno, poi ha reagito con sorpresa, infine ne ha preso atto. Ora stiamo per avvicinarci al livello successivo, quello della paura. Un processo d’inflazione, soprattutto quando inizia dal nulla perché se ne è dimenticata a livello profondo l’esistenza, è un processo di scoperta e un prezzo per i mercati. La maggior parte delle persone coinvolte nella vita economica non sa cosa sia l’inflazione e non ha mai sperimentato un periodo prolungato di aumenti dei prezzi e dei tassi di interesse. Questo è un processo di risveglio della memoria e di aspettative adattive. Man mano che ogni mese vengono diffusi dati sempre più alti sull’inflazione, si ricrea progressivamente una memoria a breve che evoca riferimenti di lungo periodo relativi agli anni ‘70 o alla stagflazione. I circuiti si propagano man mano che le persone ne parlano, reagiscono e cercano di adeguarsi. In aree non interessate dalle strozzature della filiera di approvvigionamento o dal rincaro dei prezzi dell’energia abbiamo assistito a un aumento dell’inflazione dovuto semplicemente al contagio virale dei discorsi, delle narrative e delle storie in televisione. La diffusione delle narrative attraverso i media (un fenomeno autoavverante) ha creato ansia e paura. Com’è tipico di tutte le sequenze inflazionistiche iniziali, i timori sociali e politici sono cresciuti rapidamente perché l’inflazione colpisce dapprima i più poveri, aggravando e rivelando divisioni sociali preesistenti.

Cosa possono fare i policy maker per tenere sotto controllo l’aspetto psicologico dell’inflazione?
Le pressioni sui policy maker si sono intensificate, basti pensare a Biden o persino a Lagarde. La prima reazione è la domanda di misure protettive e compensative a livello di bilancio attraverso svariati canali come il blocco dei prezzi, sussidi e trasferimenti fiscali. L’inflazione non comporta una riduzione delle misure fiscali accomodanti bensì il contrario, e ciò contribuisce a sua volta ad alimentare la dinamica dell’inflazione sia attraverso i canali reali, sia attraverso quelli psicologici. Pubblicizzando la presenza dell’inflazione attraverso misure come “l’indennità di inflazione”, l’esistenza di una minaccia viene riconosciuta e quindi accelerata. L’inflazione è un fenomeno autopropulsivo. Un altro aspetto di cui tener conto è che la politica monetaria viene sempre criticata perché rimane indietro. I decisori politici si trovano di fronte a dilemmi e trade-off del tipo “combattere l’inflazione col rischio di uccidere la domanda, il settore immobiliare e la crescita.” Alzare i tassi di interesse come risposta ai problemi dell’offerta non aiuta l’inflazione e al contempo penalizza la domanda. Un ultimo aspetto da considerare è quello dell’economia geopolitica. I problemi energetici hanno acceso dibattiti e innescato interventi sulla sicurezza e sulla sovranità. Molti governi sono stati accusati di ingenuità e di mancanza di visione politica e stanno ora correndo ai ripari.

Quale ruolo svolgono i media?
Come ho già spiegato, i media costituiscono un elemento cruciale delle narrative finanziarie ed economiche. Robert Shiller sostiene che l’economia e i mercati in particolare sono fatti di parole, discorsi, immagini e battaglie di narrative. Il prezzo di equilibrio relativo viene raggiunto quando si vince temporaneamente una battaglia. Per disporre di una descrizione più realistica di ciò che osserviamo, dobbiamo includere le narrative in ciò che noi chiamiamo “i fondamentali”. I media fungono da acceleratori del “virus” perché di solito presentano l’aspetto più drammaticamente preoccupante delle cose, in questo caso dell’inflazione.

Quanto è importante la memoria collettiva dei periodi inflazionistici passati per valutare correttamente quello attuale?
La memoria collettiva è fondamentale. I fenomeni economici e finanziari non possono essere capiti senza integrare un riferimento psicologico strutturato per durata, memoria e dimenticanza (ad es. tempo psicologico). Le persone formano le aspettative (ovvero le previsioni sul futuro) nello stesso modo in cui ricordano e dimenticano. Ciò è vero sul piano individuale e collettivo. Io ho spiegato che esiste una memoria collettiva fatta di memorie a breve e a lungo termine, strutturate attorno a grandi narrazioni chiave che corrispondono più o meno alla realtà e che sono permeate da un coefficiente di dimenticanza. Più gli episodi risalgono al passato e maggiore è questo coefficiente, ma se ci sono scarti improvvisi, non lineari, un evento a breve termine può riaccendere una memoria a lungo termine. Nell’aprile 2019 ho scritto un articolo: “Ritorno al regime degli anni ‘70”, in cui sostenevo che si stava profilando all’orizzonte un cambio di regime ed evidenziavo i punti comuni tra quel periodo e oggi. Con ciò non intendo dire che la storia si ripete e che i fenomeni sono gli stessi, bensì che la psicologia delle persone è relativamente costante. Le persone reagiscono a eventi comparabili perlopiù nello stesso modo, e uno dei motivi cruciali sta nel fatto che il loro riferimento è costituito da una memoria profonda, non sempre consapevole, di alcuni eventi importanti perché gli eventi collettivi formano una dimensione inconscia. Si pensi all’iperinflazione in Germania, agli anni ‘70, ai ruggenti anni ‘20 o all’influenza spagnola in relazione alla crisi causata dal Covid. Questi meccanismi sono validi per le persone e per gli investitori. Questi ultimi puntano ora su una costruzione del portafoglio mirante a conseguire rendimenti reali invece di rendimenti nominali. Gli attivi reali e alternativi, le azioni con dividendi elevati e le strategie flessibili del reddito fisso beneficeranno dell’aumento dei tassi di interesse e saranno molto più ambiti dagli investitori alla ricerca di rendimenti reali, il loro nuovo mantra.

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Il Trust: panoramica su istituto, tassazione e bonus edilizi

L’istituto giuridico del trust è fondamentale con riferimento al profilo fiscale, in quanto a determinate condizioni può comportare vantaggi in materia impositiva a favore del contribuente, potendo essere utilizzato al fine di ricevere un possibile risparmio di imposta, oltre ad essere applicabile ai bonus edilizi, del superbonus o bonus facciate.

Definizione:

L’istituto del trust, di origine anglosassone, è divenuto operante in Italia nel 1992, grazie alla ratifica della Convenzione dell’Aja del 1985 disciplinante il riconoscimento dell’istituto e la legge ad esso applicabile. Il trust serve per regolare diversi rapporti giuridici di natura patrimoniale, attraverso tale convenzione il disponente (settlor) – con atto tra vivi o mortis causa – sottopone dei beni sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o per un fine determinato. Si crea un vincolo di destinazione di determinati beni del trust che il trustee ha il potere di amministrare o disporre secondo quanto previsto dalla convenzione o dalla normativa.

Le sue caratteristiche fondamentali lo differenziano dagli altri istituti presenti nel nostro ordinamento in quanto, i beni del trust costituiscono una massa distinta e separata dal patrimonio del trustee, pertanto, non potranno essere aggrediti né dai creditori del trustee né dai creditori del settlor, inoltre il trustee non è obbligato nei confronti del disponente, ma solo verso il beneficiario.

Sotto il profilo fiscale, per le imposte dirette ed indirette:

I beni conferiti nei trust familiari sono assoggettati a tassazione ai fini delle imposte di successione e donazione, nonché delle imposte ipotecarie e catastali per i trasferimenti immobiliari, sulla base del valore che sarà determinato alla data dell’atto di trasferimento ai beneficiari, mentre l’atto di trasferimento di beni al trustee, finalizzato a dotare il trust, sarà tassato in misura fissa (200 euro), così come l’eventuale atto di sostituzione del trustee. Dal punto di vista fiscale, il trust è considerato soggetto passivo IRES, alla stregua di un ente; con particolare riferimento al reddito prodotto, nel caso di beneficiari individuati, tale reddito viene individuato e tassato in capo a questi soggetti. In assenza di beneficiari individuati, la tassazione avviene secondo le regole degli enti commerciali e non commerciali a seconda del tipo di attività svolta dal trust.

Agevolazioni fiscali e Bonus edilizi nel Trust:

Il trustee, nella sua qualità, potrà fruire degli incentivi ammessi per il trust (cioè fruire del Superbonus 110% ma solo se partecipa alle spese per gli interventi trainanti effettuati sulle parti comuni degli edifici condominiali, Riqualificazione Energetica od Ecobonus, Bonus facciate, Bonus mobili trainati da Ecobonus, Bonus verde).

Qualora l’immobile oggetto del trust, comporti il diritto di usufrutto (uso o abitazione) del disponente, quest’ultimo potrà godere degli incentivi in virtù di tale diritto diversamente dal trustee che non avrà titolo per godere di alcun incentivo.

Nel caso in cui l’immobile apportato in piena proprietà al trust sia concesso in locazione o comodato (anche al disponente o al beneficiario):

– il trustee non potrà godere di alcun incentivo;

– il locatario/comodatario potrà godere di tutti gli incentivi, avendo un diritto derivante dal contratto di locazione o di comodato.

In tutte le predette casistiche occorrerà, però, soddisfare i seguenti requisiti:

il titolo, che sia diritto reale o possesso derivante da locazione o comodato, deve essere precedente all’inizio dei lavori;
i costi relativi all’intervento dovranno essere sostenuti con bonifico tracciabile dal soggetto che poi richiederà l’agevolazione;
ove l’atto istitutivo di trust lo consenta – e ciò non costituisca una violazione dell’obbligo del trustee di preservare l’integrità del fondo in trust – il trustee può anche rimettere a detti soggetti i fondi necessari per l’intervento agevolato.
Trust , bonus facciate e condominio :

Con riferimento alla fruizione delle detrazioni fiscali del bonus facciate da parte del condominio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che sarà possibile fruire delle detrazioni fiscali (concetto da ritenersi esteso a tutti i bonus edilizi, compresi quelli che fruiscono del 110%), sempre che l’assemblea dei condomini abbia autorizzato l’esecuzione dei lavori ed all’unanimità si acconsenta al sostenimento delle relative spese da parte del solo condomino interessato all’esecuzione degli interventi.

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CONFLITTO RUSSIA-UCRAINA: CONSEGUENZE PER I MERCATI FINANZIARI

Alla fine Vladimir Putin si è mosso: all’alba del 24 febbraio il presidente russo ha ordinato l’invasione dell’Ucraina su larga scala, come molte cancellerie occidentali temevano. L’escalation è avvenuta dopo la decisione di Mosca di riconoscere come indipendenti i territori ucraini controllati dai separatisti delle “Repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk nel Donbass. Il mondo assiste allo spostamento di contingenti e mezzi militari nell’area, e aumentano le notizie di attacchi su territorio ucraino. La situazione è in continua evoluzione.

• Ad oggi, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Gran Bretagna, l’Australia, il Canada e il Giappone hanno annunciato i propri piani per colpire banche ed oligarchi russi, e la Germania ha dichiarato che bloccherà la certificazione del gasdotto North Stream 2.
• Nel dettaglio, il Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato due banche russe, VEB e Promsvyazbank, due entità cruciali nel finanziamento dell’industria della difesa russa. Ha inoltre vietato, dal 1 marzo 2022, la negoziazione sul mercato secondario di titoli di debito sovrano russo denominati in RUB o divisa estera emessi dopo il provvedimento di sanzione (alle istituzioni finanziarie statunitensi è già stato proibito di negoziare debito sovrano russo sul mercato primario).
• Dall’UE, gli ultimi dettagli sulle sanzioni devono ancora essere pubblicati, ma i primi commenti indicano come banche colpite VEB, Promsvyazbank e Rossiya Bank, con le prime due già soggette a sanzioni statunitensi. Le sanzioni finanziarie sono le medesime di quelle statunitensi, vale a dire il divieto alla partecipazione ai mercati primari e secondari dei titoli sovrani russi di nuova emissione.
• Dopo l’escalation militare tali sanzioni potrebbero inasprirsi: si attendono nelle prossime ore aggiornamenti al termine dei vertici politici in atto.

LA POSIZIONE DELL’EUROPA
• Dopo la condanna unanime dell’aggressione russa all’Ucraina, l’UE tenta di passare ai fatti. In una dichiarazione congiunta questa mattina la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno annunciato che nel Consiglio europeo straordinario di stasera i leader UE discuteranno della crisi e di ulteriori sanzioni.

Von der Leyen ha annunciato un pacchetto di sanzioni massicce e mirate con le quali verranno colpiti settori strategici dell’economia russa: sarà bloccato l’accesso a tecnologie e mercati che sono fondamentali per la Russia. Saranno probabilmente anche congelate le attività russe nell’UE e bloccato l’accesso delle banche russe ai mercati finanziari europei

Gli Stati membri si stanno finora mostrando compatti nei confronti Gli schieramenti in campo della Russia, nonostante le divisioni iniziali sulle sanzioni. Ieri Polonia e Lituania, a cui si è aggiunta anche la Slovenia, hanno chiesto al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, di accelerare il processo di adesione all’UE dell’Ucraina. L’UE si sta preparando anche a organizzare l’accoglienza dei profughi che arriveranno.

LA POSIZIONE DEGLI USA
• In una nota diffusa dalla Casa Bianca, il presidente Biden ha fatto sapere che oggi si consulterà con i partner del G7 e subito dopo si rivolgerà alla Nazione per spiegare quali saranno le nuove conseguenze imposte alla Russia dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Inoltre Biden si coordinerà con gli alleati della NATO per assicurare una forte e compatta risposta per impedire ogni aggressione contro l’Alleanza atlantica.

LA POSIZIONE DELLA NATO
• La NATO condanna con forza l’attacco ingiustificato della Russia contro l’Ucraina e chiede a Mosca di fermare immediatamente la sua azione militare. Il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha ribadito il sostegno dell’Alleanza atlantica al popolo ucraino, condannando fermamente l’attacco sconsiderato della Russia all’Ucraina, che mette a rischio innumerevoli vite civili. Gli alleati della NATO si incontreranno per affrontare la rinnovata aggressione della Russia. Al momento non sono stati confermati interventi militari da parte dell’Alleanza atlantica.
LA POSIZIONE DELLA CINA
• La Cina ha dichiarato di seguire da vicino la situazione in Ucraina dopo l’intervento militare della Russia, astenendosi dal condannare Mosca e chiedendo di evitare un’escalation. «Esortiamo tutte le parti a esercitare moderazione per evitare che la situazione sfugga al controllo», ha detto ai giornalisti il ministro degli Esteri cinese Hua Chunying.

POSSIBILI CONTROMISURE RUSSE ALLE SANZIONI
• La mossa di Putin rende inevitabili ulteriori sanzioni economiche statunitensi ed europee contro la Russia a fronte delle quali risulta altamente probabile che anche Mosca cerchi di attuare delle contromisure. In questa direzione, le opzioni di Putin sono limitate: l’unico modo in cui la Russia può sperare di infliggere sofferenza economica ai Paesi occidentali sufficienti a minare la loro opposizione alla sua azione in Ucraina è restringere le esportazioni di materie prime energetiche; in quest’ottica, le rassicurazioni di Putin di martedì sul fatto che manterrà ininterrotte le forniture di gas russo ai mercati globali appaiono superate.
• In questo contesto l’Europa sembrerebbe più vulnerabile alle possibili evoluzioni delle tensioni in atto per via della maggiore dipendenza dalla Russia, in particolare con riguardo alle forniture di gas naturale.

Oggi circa il 36% del gas importato dall’UE (50% se si considerano solo le importazioni extraeuropee) viene da Mosca. Sebbene nel corso degli anni l’UE abbia cercato attivamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas, in particolare puntando sul gas naturale liquefatto dopo il 2009 e 2010 – quando per la prima volta la Russia chiuse i rubinetti verso l’Ucraina e parte dell’Unione -, la dipendenza da Mosca è rimasta un fatto strutturale: il calo di produzione in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno aumentato la dipendenza europea da Mosca negli ultimi 10 anni.
• Finora, i Paesi dell’UE sono stati in grado di far fronte al flusso ridotto di gas convogliato dalla Russia soprattutto riducendo le scorte di gas in deposito.
• Ma se la Russia tagliasse ulteriormente il flusso, le misure sinora adottate non sarebbero in grado di colmare il deficit, lasciando solo sei settimane di fornitura di gas in stoccaggio. I governi dell’UE saranno costretti a considerare delle misure di razionamento, riducendo la fornitura di gas ai grandi utenti industriali (con i settori della chimica, del cibo, della lavorazione dei metalli e dell’industria pesante potenzialmente colpiti più duramente) al fine di mantenere il flusso verso le famiglie, le piccole imprese e i servizi sociali essenziali.
• Tuttavia gli effetti potrebbero dimostrarsi non così gravi come potrebbe apparire. Con la fine dell’inverno, la domanda di gas per il riscaldamento da parte di famiglie e imprese dovrebbe diminuire.

Anche la produzione di elettricità potrebbe essere impattata: l’Europa genera un quinto della sua elettricità dal gas naturale, con l’Italia maggiormente esposta, generando quasi la metà della propria elettricità dal gas, di cui il 95% importato. La Germania genera il 15% della sua energia dal gas, ma anche in questo caso attingere a fonti alternative sarà complicato: i tre reattori nucleari presenti in Germania stanno già funzionando a pieno regime e l’industria nucleare francese non ha la capacità di aumentare le esportazioni. Questo condurrebbe al ritorno al carbone, dove la Germania ha un sacco di capacità di generazione inutilizzata: il problema è che le scorte di carbone sono ai minimi degli ultimi anni e aumentare le importazioni non è immediato, dato che ad oggi l’Europa occidentale importa circa il 50% del carbone utilizzato e circa la metà proviene dalla Russia.

L’altra opzione sarebbe quella di sostituire il gas con il petrolio nella produzione di energia. Tuttavia, se la Russia interrompesse le sue spedizioni di greggio (la Russia rappresenta circa il 10% della produzione mondiale di greggio e le esportazioni russe della commodity rappresentano circa il 5% della domanda mondiale), nemmeno l’intera capacità produttiva inutilizzata dell’Arabia Saudita, più l’Iran (supponendo la fine delle sanzioni statunitensi) più gli Stati Uniti sarebbero in grado di colmare il deficit nel breve termine. In questa ipotesi, con il prezzo del petrolio già al margine dei 100 USD/brl un rialzo ulteriore non sarebbe da escludersi.

LA REAZIONE DEI MERCATI FINANZIARI
• I mercati finanziari hanno reagito all’avanzata russa con l’azionario in marcato calo a livello globale e un aumento negli acquisti sugli asset obbligazionari governativi e beni rifugio, sull’energia e sui metalli. L’EUR è sceso a 1,1150 rispetto all’USD, il greggio Brent ha raggiunto i 105 USD al barile e l’oro ha raggiunto i 1.970 USD l’oncia.
• Il Moex Russia Index denominato in RUB, è arrivato a perdere al momento il 34%, registrando un calo da inizio anno del 46%. La Borsa di Mosca ha inizialmente sospeso le contrattazioni, e alla riapertura l’azionario è stato colpito da una pioggia di vendite. In forte flessione anche il RUB che perde quasi il 6,5% contro l’USD, dopo aver toccato i minimi dal 2016 con un calo di oltre il 10%.
• La Banca centrale russa ha annunciato l’avvio di «interventi» sul mercato dei cambi per «stabilizzare la situazione» dopo la caduta del RUB. Le misure hanno anche lo scopo di fornire ulteriore liquidità al settore bancario russo.

FATTORI DA MONITORARE
• Certamente i mercati finanziari continueranno ad essere caratterizzati da elevata volatilità nel breve termine data l’incertezza su un’ulteriore escalation e sulle nuove misure sanzionatorie in procinto di essere annunciate: la volatilità del mercato è un riflesso della rivalutazione degli operatori delle probabilità di diversi scenari. La volatilità potrebbe accompagnarsi a liquidità rarefatta che potrebbe comportare una minore liquidabilità.
• L’andamento dei mercati finanziari nelle prossime settimane dipenderà principalmente dall’evoluzione della situazione e dalle sanzioni applicate. Laddove le tensioni geopolitiche non sfocino in un conflitto militare che coinvolga i Paesi NATO, l’impatto potrebbe essere contenuto sul mondo occidentale, specialmente in USA.
• La maggiore fonte di rischio per l’economia dell’Eurozona è legata principalmente alle pressioni inflazionistiche, che potrebbero intensificarsi con l’aumento dei prezzi delle materie prime, complicando le azioni della BCE: la banca centrale potrebbe infatti procedere con maggiore cautela nella riunione di marzo, ponendo un’enfasi ancora più forte sul mantenimento delle opzioni possibili nella rimozione degli stimoli monetari.
• In tale scenario, data la frenesia sui mercati finanziari e i rischi legati alla liquidabilità delle varie asset class, continuare a monitorare l’evoluzione della situazione e mantenere le posizioni resta al momento il comportamento più equilibrato.
• Nelle prossime ore si avrà maggiore chiarezza sullo spazio che le diplomazie mondiali sapranno recuperare e conseguentemente delle operazioni più adeguate e razionali da intraprendere.

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Tre strategie per battere l’inflazione con le obbligazioni

Nel 2021 il tema dominante sui mercati finanziari è stata l’inflazione ed è probabile che anche nel 2022 sarà un fattore decisivo e trainante dei rendimenti.

Nella sua analisi annuale delle prospettive di investimento per 46 delle banche d’investimento e società di gestione patrimoniale più importanti al mondo, Bloomberg News ha scoperto che la parola inflazione è apparsa 224 volte. Il termine COVID solo 36 volte. Lo studio ha concluso che per il 2022 “l’aumento dei prezzi incombe su quasi tutti gli scenari previsti” dagli strategist.

Nel 2021 a dominare i mercati è stato il dibattito sul carattere “transitorio” o meno dell’inflazione al riemergere delle economie globali dalle chiusure indotte dalla pandemia di COVID-19 del 2020, ma a fine anno i dati sembravano aver messo fine alla discussione. A novembre, l’inflazione dei prezzi al consumo (IPC) negli Stati Uniti ha raggiunto il 6,8%, ovvero il settimo valore mensile consecutivo superiore al 5%, mentre il dato dell’IPC del Regno Unito ha registrato un massimo decennale al 5,1% e l’IPC tedesco è salito al 5,2%, il livello più alto dal 1992.

La famosa massima secondo cui “l’inflazione non fa bene alle obbligazioni” si basa in parte sul fatto che l’inflazione erode il valore delle cedole e del capitale che gli obbligazionisti a tasso fisso riceveranno in futuro. Dal punto di vista della gestione del portafoglio, la sfida più rilevante posta dall’aumento dell’inflazione consiste nei rialzi dei tassi di interesse che tende a provocare, con implicazioni un po’ ovunque, dai Treasury USA alle obbligazioni high yield e dei mercati emergenti.

È indubbiamente vero che l’inflazione è negativa per alcune obbligazioni. Tuttavia, per i gestori attivi di fondi obbligazionari con un mercato obbligazionario globale da cui attingere superiore a 120.000 miliardi di dollari, esistono alcune tattiche che, a nostro avviso, possono contribuire a mitigare gli effetti dell’inflazione, e al momento osserviamo una serie di opportunità che gli investitori possono sfruttare per guadagnare in questo contesto.

1.    Mantenere bassa la duration

Per quanto riguarda il reddito fisso, il principale fattore di ansia in merito all’inflazione consiste nel fatto che solitamente comporta perdite nei mercati dei tassi quali i Treasury USA, che a loro volta possono provocare perdite sui prodotti creditizi qualora lo spread sia troppo basso per assorbire la debolezza dei tassi.

Agli investitori è stato bruscamente ricordato questo rischio nella primissima settimana del 2022, quando i rendimenti dei decennali USA sono schizzati al massimo degli ultimi nove mesi, ovvero all’1,73%, dopo che i verbali della riunione di dicembre della Fed hanno suggerito che i rialzi dei tassi potrebbero arrivare prima di quanto scontato dai mercati. Dal nostro punto di vista, questa situazione comincia appena a delinearsi: con la disoccupazione statunitense scesa al 3,9% nel mese di dicembre e l’inflazione ai massimi degli ultimi 40 anni, le condizioni per una stretta da parte della Fed sono state chiaramente soddisfatte e la banca centrale è prossima a questa decisione.

Pertanto, la nostra prima strategia per superare l’inflazione con le obbligazioni consiste nel mantenere bassa la duration. Questo risultato può essere ottenuto in parte attraverso la costruzione del portafoglio, evitando del tutto i titoli di Stato a lunga scadenza e detenendo tassi a breve scadenza solo per scopi di liquidità, ad esempio, ma con la nostra convinzione in merito alle crescenti curve dei rendimenti riteniamo che abbia senso la copertura dell’esposizione ai tassi mediante uno swap sui tassi d’interesse, se del caso, dato il costo relativamente basso. La nostra curva di copertura preferita è la sterlina britannica, visti i bassi costi di carry e poiché prevediamo che i rendimenti dei Gilt a 10 anni raggiungeranno l’1,40% entro la fine dell’anno. La curva in euro rappresenta un’alternativa valida, ma a nostro avviso non così convincente.

2.    Considerare le obbligazioni a tasso variabile

Per gli investitori obbligazionari a lungo termine non esiste una copertura perfetta contro l’inflazione, poiché è impossibile rimuovere completamente da un portafoglio il rischio di duration (ovvero se si vogliono ancora detenere asset in grado di generare rendimenti). I titoli di Stato indicizzati all’inflazione quali i TIPS statunitensi non sono così efficaci come si potrebbe pensare, e mentre gli swap tattici sui tassi d’interesse, come menzionato sopra, sono in grado di offrire una certa protezione dall’aumento delle curve dei rendimenti, dovrebbero essere dimensionati con cura perché possono trasformarsi rapidamente nella posizione dominante di un portafoglio.

Pertanto, la nostra seconda strategia consiste nel prendere in considerazione le obbligazioni a tasso variabile, che non incrementano il rischio di tasso di interesse di un portafoglio poiché le loro cedole aumentano in linea con gli aumenti dei tassi di riferimento. I leveraged loan dovrebbero trarne un buon sostegno, così come tutto il mercato europeo dei titoli asset-backed (ABS). Per gli investitori che intendono trarre vantaggio da entrambi questi settori, le CLO (collateralised loan obligation) europee rappresentano una delle nostre scelte più azzeccate per il 2022, ed è probabile che i risultati migliori si trovino più in basso nello spettro dei rating. A nostro avviso, quest’anno le CLO europee con rating BB potranno registrare un rendimento pari a circa il 7%, grazie soprattutto all’elevato carry offerto.

3.    Concentrarsi sul rendimento e sul roll-down

La strategia numero tre consiste nel concentrarsi sul rendimento e sul roll-down. Il rendimento può essere una delle nostre armi più efficaci contro l’inflazione, poiché consente di proteggere un portafoglio dagli effetti corrosivi dell’aumento dei tassi, mentre il roll-down, ovvero la naturale compressione degli spread che si verifica con l’avvicinarsi della scadenza delle obbligazioni, è in grado di mitigare significativamente il rischio di duration di un portafoglio.

È ben documentato che l’implacabile rally degli asset rischiosi, in genere dal picco della crisi dovuta al COVID-19 circa 18 mesi fa, ha portato i rendimenti, in molti settori del reddito fisso, a sembrare costosi rispetto ai prezzi storici, ma grazie a fondamentali del credito estremamente solidi riteniamo che questo sia giustificato e osserviamo ancora sacche di valore a cui puntare.

Il debito bancario subordinato, in particolare l’Additional Tier 1 (AT1) emesso dalle banche europee, è un’altra delle nostre scelte migliori per il 2022. Tradizionalmente le banche sono più immuni dall’inflazione rispetto ad altri settori, e tendono a beneficiare dell’aumento dei tassi di interesse. Inoltre, durante la crisi del 2020, il settore si è dimostrato resiliente e le banche hanno preservato o persino aumentato le loro basi di capitale nonostante le difficili condizioni economiche. Attualmente, a nostro avviso, esistono molti istituti ben capitalizzati con obbligazioni AT1 che offrono rendimenti solidi. Attualmente, esistono molti istituti ben capitalizzati con obbligazioni AT1 che offrono quelli che riteniamo rendimenti solidi. Ad esempio, se arrivassero sul mercato in questo momento, prevediamo che un’operazione su AT1 con rating BBB e call a cinque anni da parte di una banca con rating A possa registrare un rendimento prossimo al 5%.

Riteniamo inoltre che quest’anno le obbligazioni corporate dei mercati emergenti in valuta forte siano in grado di sovraperformare in misura significativa, poiché si prevede che crescita e utili raggiungano quelli dei mercati sviluppati. Tuttavia, è necessario ricordare che questa opportunità potrebbe evaporare rapidamente se la Fed dovesse intraprendere un ciclo di inasprimento più aggressivo di quanto comunicato. Nelle nostre prospettive annuali avevamo dichiarato che non si trattava di un’operazione del primo trimestre, e la reazione del mercato ai verbali della Fed ha forse già convalidato questa opinione. Tuttavia, con l’indice obbligazionario high yield dei ME che registra un rendimento del 7,4%2, intravediamo delle opportunità per gli investitori pazienti e con il giusto tempismo.

Per quanto riguarda il roll-down, si tratta di una tattica difensiva da sfruttarsi al meglio, a nostro avviso, quando i mercati vengono valutati in maniera corretta, in genere a metà o fine ciclo. All’inizio di un ciclo economico, quando la maggior parte degli asset sembra conveniente rispetto alle medie storiche, normalmente punteremmo a obbligazioni a lunga scadenza per realizzare rendimenti più elevati più a lungo. Tuttavia, al momento il credito sembra trovarsi a metà ciclo e negli ultimi 18 mesi le relative curve si sono appiattite sul tratto a lungo termine. Con l’avvicinarsi della fase successiva di questo ciclo in rapida progressione, osserviamo l’irripidimento del tratto a breve poiché i rialzi dei tassi vengono scontati, e ci aspettiamo pertanto che le obbligazioni a breve scadenza (soprattutto quelle nella fascia da tre a cinque anni) offrano agli investitori il massimo in termini di plusvalenze da roll-down. Tuttavia, è importante ricordare che puntare al roll-down sul tratto a breve della curva risulta davvero efficace solo se si acquistano obbligazioni con spread sufficiente ad assorbire gli aumenti dei tassi previsti.

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Muzinich Target Loans 2025 ELTIF

Il fondo Muzinich Target Loans 2025 ELTIF mira a fornire agli investitori:

• Protezione dal rischio di tasso di interesse: grazie alla natura a tasso variabile delle attività in portafoglio, che forniscono un flusso cedolare stabile
• Protezione dal rischio di credito: come risultato del focus del Fondo su strumenti senior garantiti, che tendono ad offrire maggiori garanzie e priorità di rimborso
• Protezione dal rischio di cambio: poiché gli investimenti sono prevalentemente in EUR o coperti dal rischio cambio.

Muzinich-Target-Loans-2025-ELTIF-Fund-in-Focus-ITA

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Promozione bollo 2022

Oggetto promozione

L’iniziativa promozionale consente al cliente di ottenere il rimborso parziale o totale dell’imposta di bollo applicata al controvalore degli strumenti finanziari detenuti presso la Banca per gli anni di competenza 2022 e 2023 e relativa a un rapporto di Deposito di strumenti finanziari intestato al cliente (il “Deposito titoli”).

Il rimborso dell’importo dell’imposta di bollo sugli strumenti finanziari nel Periodo di riferimento (l’”Imposta di bollo”) avverrà entro un importo massimo (“il Bonus massimo”) e secondo le condizioni indicate di seguito.

A chi è rivolta

Tutti i clienti che dal 01 luglio 2022 al 31 dicembre 2022 trasferiranno sul loro Deposito Titoli, da altro Istituto, strumenti finanziari per un controvalore minimo di € 100.000 (“i Titoli trasferiti”) riceveranno un Bonus massimo calcolato come segue:

Il bonus massimo ammonta allo 0,20% del controvalore dei Titoli trasferiti, a cui si somma lo 0,20% del valore più basso tra controvalore dei Titoli trasferiti e patrimonio
complessivo già investito in Banca Generali. Il controvalore dei Titoli trasferiti nonché il controvalore del Patrimonio Complessivo ai quali si applica il bonus massimo non potranno in ogni caso eccedere ognuno l’importo di € 1.000.000.
Bonus massimo non potrà quindi eccedere € 4.000.
L’importo trasferito e il patrimonio sono calcolati al valore di mercato rilevato alla ricezione del trasferimento

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L’utilizzo del Trust in ambito aziendale: caratteristiche e vantaggi

Perché le aziende hanno bisogno del Trust? Qual è la sua forza e perché ha già salvato tanti imprenditori? Partiamo da queste domande per capire cos’è e quali sono i vantaggi immediati.

Cosa accadrebbe se, in seguito a un ricambio generazionale, l’azienda si trovasse improvvisamente senza una guida sicura? Rischierebbe di andare alla deriva. E se il futuro di una società fosse messo a rischio da un patto tra soci non rispettato? In tutti questi casi ci si può affidare a uno strumento molto efficace per qualsiasi tipo di impresa, il Trust.

Il ruolo del Trust nell’impresa

Il Trust è un rapporto giuridico per mezzo del quale una persona trasferisce beni o diritti a un soggetto di fiducia, chiamato Trustee, che li amministra per tutelare i beneficiari e/o per raggiungere uno scopo specifico. Tale soluzione può essere usata sia in ambito privato che aziendale, contesto quest’ultimo dove apporta numerosi vantaggi.

Il Trust non solo è uno strumento assolutamente legale e sicuro, ma è anche il più flessibile e personalizzabile nel panorama giuridico: rende più efficienti i processi decisionali che, se gestiti in modo caotico o da soggetti in disaccordo tra loro, potrebbero danneggiare l’azienda.

Il suo ruolo è, tra gli altri, quello di scongiurare tutti i rischi legati agli aspetti decisionali a livello proprietario, poiché il Trustee può diventare anche l’unico proprietario della partecipazione e agire per tutelare l’azienda e il suo patrimonio, oltre agli interessi dei Beneficiari.

Molti imprenditori si chiedono: perché dovrei affidare a un soggetto esterno i beni e le partecipazioni aziendali?

In realtà non c’è alcuna sottrazione di beni, ma il Trustee ha l’obiettivo di gestire il patrimonio in modo efficace. Viene controllato da un ulteriore soggetto, il Guardiano (nominato in fase di istituzione) e, in caso di cattiva gestione, il Trustee stesso sarà soggetto a sanzioni civili e penali. Inoltre, il disponente (soggetto che ha istituito il Trust), ha sempre un riscontro su quella che è l’attività posta in essere e viene informato su ciascuna operazione. In caso di problemi, il Trustee può essere revocato e cambiato.

Tipologie di Trust e vantaggi

Il Trust fornisce un valore aggiunto nel contesto societario e aziendale, ma perché sia efficace è importante comprendere quale sia la tipologia adatta al particolare bisogno e contesto.

Le Tipologie di Trust esistenti si differenziano in base al cliente e all’obiettivo da raggiungere.

L’imprenditore, o comunque colui che possiede partecipazioni societarie può affidarsi al Trust in caso di:

  • cambio generazionale: ad esempio, nell’ipotesi in cui il padre o la madre intendano intraprendere il passaggio generazionale dell’impresa, lasciando la stessa ai propri figli, processo delicato e che va affrontato per tempo;
  • cambiamenti ai vertici o passaggio di responsabilità decisionali.

In questi casi si può ricorrere al Trust Holding, strumento che consente di riorganizzare e blindare tutte le partecipazioni detenute nell’esclusivo interesse del nucleo familiare, scongiurando il rischio che il patrimonio si disgreghi e garantendo stabilità alle società.

Inoltre, il Trust può essere utilizzato nel contesto societario per:

  • rafforzare i patti parasociali;
  • gestire la fase di liquidazione di una società.

patti parasociali sono accordi conclusi tra due o più soci grazie ai quali i sottoscrittori si impegnano e si obbligano a comportarsi in una determinata maniera. Tuttavia, non hanno un’efficacia reale perché non inseriti all’interno dello Statuto Societario; l’eventuale non osservanza di una disposizione comporterà la possibilità del soggetto leso di chiedere esclusivamente un risarcimento dei danni. Il Trust serve proprio a superare tale limite e a salvaguardare gli interessi comuni.

Infine, altra applicazione pratica del Trust è quella del Trust liquidatorio, strumento che può permettere di rendere il processo fluido, accorciare le tempistiche e valorizzare meglio gli asset aziendali.

Ma le esigenze che il Trust può soddisfare sono davvero tante. I beni e i diritti che possono essere tutelati e gestiti per mezzo dello strumento sono i più variegati, come per esempio:

  • partecipazioni in società, incluse quelle relative a società familiari;
  • eredità e qualsiasi importo in denaro;
  • diritti d’autore;
  • investimenti e polizze;
  • beni e oggetti preziosi;
  • collezioni d’arte e beni di pregio;
  • beni immobili e mobili di qualsiasi genere.

Questo strumento è particolarmente efficace anche per supportare imprese e società che vogliono operare a livello internazionale.

Trust nell’impresa: alcuni esempi

Lo Studio di consulenza finanziaria Luca Cirillo, grazie all’esperienza di esperti professionisti specializzati, propone e struttura soluzioni su misura, al fine di assicurare ai propri clienti una corretta protezione e pianificazione patrimoniale, volta anche al passaggio generazionale in azienda.

Un caso tipico, sovente affrontato e gestito, è quello dell’imprenditore – che chiameremo Sandro – il quale ha due figli: Barbara, interessata a prendere le redini dell’impresa di famiglia e Andrea, che invece è disinteressato. Proteggere il patrimonio, in questo e altri casi, significa metterlo al riparo da eventuali vicissitudini personali, conflitti tra fratelli, ma anche da cambi repentini del mercato. Sandro ha capito il valore del Trust e ha deciso di affidarsi a professionisti specializzati, che hanno analizzato le specifiche esigenze e aiutato il cliente a istituire il Trust più idoneo per tutelare i suoi cari e l’impresa di famiglia. In particolare, l’operazione ha consentito di pianificare la nomina di Barbara come amministratrice della società, senza dimenticare di assicurare ad Andrea il raggiungimento dei suoi obiettivi professionali e stabilire regole chiare anche in merito ai dividendi.

Questo è solo uno dei tanti esempi in cui il nostro studio professionale ha aiutato in modo pratico ed efficace una società e il suo proprietario. Per capire meglio come funziona il Trust e come può tutelare le imprese, è possibile richiedere approfondimenti scrivendo a info@lucacirillo.it.

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196 milioni alle MPMI campane per interventi di digitalizzazione, ammodernamento e ristrutturazione

E’ stato pubblicato sul BURC n. 118 del 27/12/2021 l’Avviso per l’agevolazione di programmi di spesa di micro e piccole imprese campane per la realizzazione di investimenti in Digitalizzazione e Industria 4.0, Sicurezza e sostenibilità sociale e ambientale, nuovi modelli organizzativi che consentano un rilevante miglioramento della competitività aziendale.

L’Avviso è finanziato attraverso il Fondo Regionale per la Crescita, uno strumento finanziario composto da un contributo a fondo perduto e un finanziamento agevolato finalizzato al sostegno degli investimenti per la realizzazione di investimenti di rafforzamento e ristrutturazione aziendale e di innovazione produttiva, organizzativa e di efficienza energetica, dettate dai paradigmi post Covid 19.

Le risorse messe a disposizione dalla Regione Campania sono pari ad euro 196.5 milioni a valere su Fondi POR FESR.

Lo strumento è rivolto ai seguenti beneficiari:

  • Piccole e microimprese, che siano costituite ed iscritte nel Registro delle imprese della Camera di Commercio, industria, artigianato e agricoltura, competente per il territorio da almeno 12 mesi antecedenti alla data di pubblicazione del presente Avviso sul BURC;
  • Liberi professionisti che sono equiparati alle PMI ai fini dell’accesso alle agevolazioni previste dalla programmazione dei fondi strutturali 2014 – 2020, che siano titolari di Partita IVA da almeno 12 mesi antecedenti la data di pubblicazione del presente Avviso sul BURC.

Sono ammissibili tre tipologie di interventi da realizzare sul territorio della Regione Campania e relativi a:

  • Digitalizzazione e Industria 4.0, investimenti materiali e immateriali a sostegno dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione produttiva per la transizione 4.0;
  • Sicurezza e sostenibilità sociale e ambientale, investimenti finalizzati ad accrescere la performance ambientale e sociale dell’impresa garantendo la salute e la sicurezza degli operatori;
  • Nuovi modelli organizzativi, investimenti tesi alla riorganizzazione dei processi aziendali attraverso l’introduzione di nuove soluzioni gestionali, di impianti e attrezzature volti a aumentare la produttività e la performance economica.

Le spese ammissibili sono relative a:
•    Impianti e macchinari, nuovi di fabbrica, strettamente necessari e funzionali al ciclo produttivo e a servizio esclusivo dell’attività oggetto delle agevolazioni. Sono ammissibili anche le macchine elettroniche e le attrezzature hardware.
•    Opere di impiantistica, funzionali al miglioramento dell’efficienza energetica e all’installazione dei beni di cui al punto a) e all’adeguamento dell’unità locale oggetto dell’intervento, alle norme anti-Covid e alla riduzione delle barriere architettoniche. Tali spese sono ammesse nel limite del 10% dell’investimento complessivo ammissibile.

•    Servizi reali funzionali alla risoluzione di problematiche gestionali, tecnologico, organizzativo, commerciale, produttivo e finalizzato al miglioramento delle performance ambientali e/o sociali e del posizionamento competitivo. Tali spese sono ammesse nel limite massimo del 30% dell’investimento complessivo ammissibile.

•    Software, sistemi, piattaforme, applicazioni e programmi informatici funzionali alle esigenze gestionali e produttive dell’intervento.

•    Spese amministrative, spese per studi di fattibilità, oneri per il rilascio di attestazioni tecnico-contabili e garanzie a copertura della restituzione del finanziamento previsto dal presente Avviso. Tali spese sono ammesse nel limite massimo del 10% dell’investimento complessivo ammissibile.

Le agevolazioni sono concesse, a titolo di de minimis, a copertura del 100% del programma di spesa ammissibile e ripartite come segue:

  • 50% delle spese ammissibili, a titolo di contributo a fondo perduto;
  • 50% delle spese ammissibili, a titolo di finanziamento a tasso zero.

Il finanziamento prevede le seguenti condizioni:
•    Durata complessiva: 6 anni
•    Rimborso: 60 mesi con rate trimestrali posticipate a quote capitale costanti (ammortamento italiano), più 12 mesi di differimento decorrenti dalla data di erogazione dell’anticipazione.
•    Tasso di interesse: 0%.
•    Garanzie personali e/o reali prestate dai soggetti e con le modalità previste dall’Avviso.

Il programma di spesa deve essere compreso tra un importo minimo di 30.000,00 Euro e un importo massimo di 150.000,00 Euro.
La Domanda può essere presentata dalle ore 12:00 del giorno 10 febbraio 2022 e fino alle ore 12:00 del giorno 14 marzo 2022.

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INFLATION LINKED – PIÙ RISCHI CHE OPPORTUNITÀ

INFLATION LINKED ED ASPETTATIVE SULL’INFLAZIONE

L’inflazione sta aumentando a livello mondiale e si sta rivelando meno temporanea di quanto inizialmente previsto. Uno fra i più diffusi strumenti finanziari in grado di proteggere i risparmi dalla perdita del potere d’acquisto in contesti inflazionistici è indubbiamente rappresentato dalle obbligazioni inflation linked. Esse consentono infatti di combinare le caratteristiche di un’obbligazione a tasso fisso nominale con la variabilità dell’inflazione.

Non sempre però, soprattutto quando le attese di futuri rialzi nei prezzi sono divenute ampiamente condivise dal mercato, i bond inflation linked rappresentano la migliore soluzione di investimento.

Questo perché, abbinando ad una cedola nominale anche un rendimento indicizzato al futuro andamento dell’inflazione, i prezzi a cui vengono scambiati incorporano sempre le aspettative di inflazione prevalenti sul mercato in quel dato momento.

Essi possono pertanto rappresentare una valido strumento di protezione solo nel caso in cui l’inflazione futura che si realizzerà sarà superiore a quella già «scontata» nei prezzi di acquisto (breakeven).

Per valutare l’opportunità di investimento in un bond indicizzato all’inflazione risulta quindi importante conoscere il livello di breakeven implicito nel suo prezzo (calcolato come differenza tra il rendimento di un bond nominale di pari scadenza e il rendimento reale dell’inflation linked). Poiché i timori di inflazione già da diversi mesi hanno spinto gli acquisti di bond inflation linked, essi hanno registrato importanti rialzi dei prezzi e, conseguentemente, dei relativi livelli di breakeven.

 

Breakeven

In ottobre/novembre del 2021 i titoli governativi inflation linked a10 anni hanno registrato i massimi di periodo, a cui sono corrisposti i più alti livelli di breakeven almeno degli ultimi 10 anni, pari al 2,75% per i Treasuries, all’1,96% per i Bund e all’1,86% per i BTP.

L’inflazione media attesa per i prossimi 10 anni prezzata dal mercato ha pertanto tendenzialmente raggiunto, o addirittura superato nel caso dei Treasuries, il target di inflazione del 2% di BCE e Fed.

Il rischio è dunque che, in questo momento, i bond inflation linked già prezzino correttamente l’inflazione futura attesa, probabilmente non destinata ad aumentare ulteriormente nel prossimo futuro ma, anzi, a ridursi man mano che le banche centrali porranno in essere politiche monetarie più restrittive.

A parità di altre condizioni la riduzione dei livelli di breakeven, e quindi delle attese sull’inflazione futura, comporta la registrazione di perdite in conto capitale per i detentori di bond indicizzati. Tale potenzialità di perdita si unisce, in questa fase di mercato, alle performance negative conseguenti al progressivo aumento dei rendimenti nominali e reali attualmente in atto. Osservando l’andamento più recente si rileva che I prezzi dei bond legati all’inflazione hanno da qualche settimana corretto significativamente e i tassi reali offerti sono del pari saliti.

Questo è avvenuto nonostante la pubblicazione in data 7 gennaio del dato preliminare di dicembre relativo all’inflazione dell’Eurozona, salito al 5%a/a, e in data 12 gennaio del dato di inflazione USA di dicembre, che ha raggiunto il 7% a/a. A fronte di tale dati, sorprendentemente elevati, la reazione dei prezzi dei titoli legati all’inflazione è stata nulla. I corsi dei titoli inflation linked hanno infatti continuato il loro trend in discesa nei giorni successivi. Anche tale evidenza di mercato porta a ritenere che le quotazioni raggiunte dai titoli inflation linked siano particolarmente elevate e che inizi ad esserci ampia condivisione, almeno fra gli investitori istituzionali, che essi non rappresentano più una copertura contro il rischio di una perdita del potere d’acquisto.

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Accelerare con ESG i cambiamenti positivi

Il Covid-19, il cambiamento climatico e la consapevolezza riguardo a tematiche quali diversità, equità e inclusione (DEI) hanno accelerato il passaggio agli investimenti ESG negli ultimi anni. Essendo curiosi di conoscere l’evoluzione delle opinioni degli investitori in questa “nuova normalità”, la terza edizione dell’indagine ESG Knowledge Barometer si incentra sulle esigenze degli investitori finali.

Nella terza edizione dell’ESG Knowledge Barometer sono stati intervistati oltre 5.100 investitori finali provenienti da 16 mercati per scoprire l’evoluzione delle loro opinioni sugli investimenti ESG negli ultimi 12 mesi e come si aspettano di adeguare il loro approccio ESG in futuro.

Accelerare con ESG i cambiamenti positivi

Il Covid-19, il cambiamento climatico e la consapevolezza riguardo a tematiche quali diversità, equità e inclusione (DEI) hanno accelerato il passaggio agli investimenti ESG negli ultimi anni.